• 18/06/2021

Rivoluzione economica, rivoluzione culturale

 Rivoluzione economica, rivoluzione culturale

La rivoluzione economica non sarà se non sapremo farla precedere e accompagnare da una rivoluzione culturale.  Cultura dell’interesse pubblico piuttosto che degli interessi di parte, cultura della legalità piuttosto che dei furbetti dell’appaltino, cultura del noi piuttosto che dell’io, impegno a dare ai giovani il loro ruolo nella nuova società che ci proietterà al futuro

C’era una volta la globalizzazione cattiva, dell’egoismo verso l’ambiente nel quale la sostenibilità economica e sociale scivolava dietro gli interessi di parte, di paese, di corporazioni, dei giganti del web, vere potenze sovranazionali.

Poi venne il Covid e ci siamo sbracciati a gridare “tutto tornerà come prima”. 

È passato un anno e tutti hanno capito che non era vero. Abbiamo imparato sigle impronunciabili come PNRR (pienneerreerre che sventura per la erre moscia…). Fatichiamo a declinare e collegare con le altre sigle: Next Generation EU, Recovery Plan, Recovery Fund… 

Sappiamo a memoria quanti miliardi saranno destinati al digitale, alla transizione green, alle infrastrutture, all’istruzione e ricerca, all’inclusione sociale, alla salute. Un piano di investimenti senza precedenti che potrebbe davvero cambiare il Paese. Abbiamo anche preso nota dell’obbligo di riformare giustizia e pubblica amministrazione, fisco e semplificazioni. Ma alla fine “garantisce Draghi” sembra aver messo tutto a posto.

Beh, non è tutto a posto…tra il dire e il fare c’è di mezzo il fare. Il governo dentro tutti dovrà votare le riforme partendo dalle posizioni inconciliabili delle forze politiche che non rinunceranno alle rispettive identità.

Ma allora siamo destinati a fallire anche sull’occasione storica di rilancio che ci mette a disposizione risorse mai avute in passato? 

Forse no, ma è indispensabile che i partiti rinuncino alla politica delle botteghe per abbracciare quella del bene comune. Fare le riforme è possibile, ma sono trent’anni che si parla di riforma della pubblica amministrazione e delle giustizia, del fisco e delle semplificazioni, ma in trent’anni non le abbiamo fatte. E intanto nella graduatoria della Banca Mondiale sulla complessità dei sistemi fiscali l’Italia è scivolata al 128esimo posto, dopo il Mozambico.

Ma se non saremo capaci di varare le riforme resteremo nell’angolo, ai margini di un’Europa che riprenderà con slancio mentre noi resteremo al palo, guardati con diffidenza da investitori e partner.

Non bastano dunque le risorse messe sulla carta. È necessario che divengano spendibili. Non basta un elenco di cantieri. Occorre una strategia di sistema. 

I partiti devono essere spinti a sostenere un percorso di interesse pubblico, non le proprie consorterie. Le imprese devono imparare a cooperare per essere più forti sui mercati, per condividere e sviluppare la cultura di innovazione. È una palude dalla quale possiamo uscire, ma dobbiamo uscirne tutti insieme, senza guardare alla lavagna dei buoni e dei cattivi, e con un impegno trasversale sul lavoro. In particolare sul lavoro dei giovani e delle donne, che hanno subito più di tutti gli effetti di un anno di pandemia.

Il cambiamento obbligatorio del nuovo percorso per ora solo accennato dal PNRR deve essere quindi culturale. Cultura dell’interesse pubblico piuttosto che degli interessi di parte, cultura della legalità piuttosto che dei furbetti dell’appaltino, cultura del noi piuttosto che dell’io, impegno a dare ai giovani il loro ruolo nella nuova società che ci proietterà nel futuro. 

La Next generation EU sono i nostri giovani in nome dei quali abbiamo preso impegni per due generazioni. Toccherà a loro rifondere debiti della nostra generazione, risanare un mondo ammalato che lasciamo loro in eredità, trovare percorsi di una nuova socialità e di un modo nuovo di vivere e lavorare. Dovremo veder nascere un nuovo umanesimo collettivo con il protagonismo dei giovani e dei soggetti responsabili e realizzare un Paese che sviluppi comunità educanti e accoglienti. 

Comunità educanti. Sta diventando un termine di uso comune. In soldoni significa che istituzioni, imprese, associazioni, scuola e famiglia devono stringersi intorno ai nostri giovani e creare condizioni che li difendano dal distanziamento economico e sociale, che creino le condizioni per un futuro di nuovo lavoro, di nuove modalità di avviare imprese innovative, che consentano loro di trovare una casa per sposarsi o per vivere insieme a chi vorranno, di avere figli, con la possibilità di farli crescere contando su servizi sociali all’altezza dell’Europa. Questo consentirebbe anche di sostenere il lavoro al femminile, sempre penalizzato, ancor più in era Covid. Ma anche qui vale che tra il dire e il fare…

Per gli asili nido, ad esempio, l’Italia è ancora lontana dagli obiettivi Ue. A fronte di uno standard europeo stabilito in 33 posti in asilo nido ogni 100 bambini, il nostro paese si ferma a 24,7. Un divario superiore agli 8 punti percentuali. Solo quattro regioni italiane riescono a superare l’obiettivo europeo di 33 posti ogni 100 bambini. Sono la Valle d’Aosta, l’Emilia Romagna, l’Umbria, e la Toscana (35%). Agli ultimi posti invece Calabria (10,1%), Sicilia (9,8%) e Campania (8,6%).

Proviamo tutti insieme, a fare più che a dire, a migliorarci, a formarci, a diventare europei di serie A con il valore aggiunto indubitabile del nostro genio italico. La rivoluzione economica non sarà se non sapremo farla precedere e accompagnare da una rivoluzione culturale.

Giuliano Bianucci

Direttore responsabile - giuliano.bianucci@toscanaeconomy.it