• 27/05/2022

Pochi i giovani alla guida di un’azienda, occorre un cambio di mentalità

 Pochi i giovani alla guida di un’azienda, occorre un cambio di mentalità

Nella storia industriale, è la prima volta che i neo assunti padroneggiano la tecnologia più dei senior. Come può influenzare questo aspetto i processi produttivi? Esiste ancora quello scoglio culturale nelle aziende tale da far guardare alle novità e ai giovani con un certo sospetto? Quante sono le start up innovative in Italia e in Toscana?

Sono alcuni dei temi che abbiamo affrontato nella chiacchierata con Margherita Cerretelli, da giugno dell’anno scorso presidente dei giovani imprenditori di Confindustria Toscana Nord. 

Parodiando il celebre film dei fratelli Coen, potremmo definire il nostro un “paese per vecchi” o almeno lo è dal punto di vista della leadership aziendale. Sono pochi, infatti, i giovani che guidano aziende in Italia o occupano posizioni di rilievo all’interno di settori produttivi strategici, a differenza di quanto avviene nel nord Europa, in Gran Bretagna o negli Stati Uniti.

«È vero – conferma Margherita Cerretelli – i giovani alla guida di imprese sono sempre meno, ce lo confermano anche i dati del nostro centro studi. Le startup innovative iscritte alla sezione speciale del Registro delle imprese nel terzo trimestre 2021 sono 14.032 in tutto, quelle giovanili sono solo il 18,5% (2600). Se andiamo a guardare la classifica regionale, la Toscana è solo all’ottava posizione e nelle province di Lucca, Prato e Pistoia sono appena 32 le startup a presenza giovanile contro le 482 di Milano (prima in classifica) o le 288 di Roma». 

Da cosa dipendono questi numeri? 

«I giovani incontrano diverse difficoltà, esistono delle barriere sia dal punto di vista occupazionale, il che limita il ricambio generazionale, sia dal punto di vista del disallineamento tra la formazione e le esigenze delle imprese e questo spesso determina la famosa fuga dei cervelli. I giovani preferiscono andare all’estero. Secondo Unioncamere tra il 2011 e il 2020 abbiamo registrato un -22,4% di imprese giovanili all’interno del tessuto imprenditoriale italiano che tradotto in numeri vuol dire 156 mila unità in meno. Quindi sì, da questo punto di vista il nostro è sicuramente un paese per vecchi, ma il nostro auspicio è che possa esserlo sempre meno. Per farlo occorre un cambiamento culturale e di mentalità molto forte». 

I giovani possono contribuire a far cambiare mentalità? In che modo? 

«Sì, io credo che tener conto dell’esperienza dei predecessori sia importante, ma i più giovani padroneggiano meglio le tecnologie digitali e questo sapere tecnologico va capitalizzato, ciò non di meno occorre un dialogo e uno scambio continuo tra junior e senior. Come associazione puntiamo molto sull’innovazione. Io ne ho fatto un elemento cardine della mia presidenza, è una tematica che ho portato ai consigli direttivi allargati, promuovendo un ciclo di incontri a cui abbiamo invitato anche i sindaci delle città ad esempio, ritengo che il confronto costruttivo sia sempre un’arma vincente insieme alla capacità di creare rete e rimanere, dunque, sempre interconnessi. Le giovani imprese stanno applicando concetti di open innovation, affiancandosi a centri di ricerca o incubatori per modificare i propri modelli di sviluppo e in questo la nostra associazione gioca un ruolo di supporto importantissimo». 

La cultura d’impresa in Italia è anacronistica? (la fabbrica fordista/la catena di montaggio…). Qual è la tua percezione? 

«L’industria 4.0 è l’ultimo stadio dell’automazione industriale, quindi può essere considerata la naturale evoluzione del modello fordista – sottolinea Margherita – ovviamente oltre alla fabbrica intesa in senso stretto ci sono anche i servizi, dove l’innovazione trova la sua naturale declinazione, ad esempio nell’aumentare l’efficienza e l’efficacia dei processi aziendali. Questo è un passaggio fondamentale per intraprendere una direzione più digital». 

Persino il concetto di cosa sia da considerarsi “giovane” varia moltissimo a seconda dei paesi. Nel Regno Unito, ad esempio, non è raro che un 22enne sia general manager di una grossa azienda, in Italia il salto per accedere alla dirigenza in media avviene intorno ai 40 anni, anche perché da noi un 40enne è un giovane a differenza di quanto avviene altrove. 

«L’età media dei giovani industriali nel nostro gruppo è 37 anni – ci dice Margherita – ma si è abbassata ultimamente – fino a qualche anno fa era 41. Un passo alla volta». 

Oltre alla mentalità che rischia di ingessare i processi produttivi, un altro grosso ostacolo che incontrano i giovani sembra essere quello della formazione, esiste cioè un gap tra quanto viene appreso sui banchi di scuola e il know how richiesto dalle aziende.

Come si può colmare questo gap?

«È una questione molto complessa, da affrontare a livello istituzionale – sottolinea Margherita – sicuramente occorre maggiore formazione tecnica/pratica e meno teorica. Puntare sugli ITS si è rivelata negli ultimi anni una strategia vincente, ad esempio. Quindi minor sapere e maggior saper fare, ma non è un cambiamento che possa realizzarsi dall’oggi al domani».  Margherita Cerretelli, a 32 anni, è uno degli amministratori di Alisped Logistics. Alisped è un’azienda pratese leader nel settore del trasporto internazionale. «Alisped è l’azienda di famiglia – spiega Margherita – e quella che occupo in questo momento non è la mia posizione da sempre, ho iniziato dal livello base e ho cercato di farmi le ossa facendo via via esperienza. Prima del mio ingresso in Alisped ho sentito la necessità di lavorare altrove ed è questo il consiglio che mi sento di dare ai giovani, cercate di fare quanta più esperienza possibile e se incontrate delle resistenze non arrendetevi, se si cade ci si rialza, è l’unico modo per andare avanti».

Maria Salerno

Giornalista - maria.salerno@toscanaeconomy.it

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