• 18/04/2024

Piccolo Museo del Diario. Un ecosistema narrativo custode di storie di gente comune

 Piccolo Museo del Diario. Un ecosistema narrativo custode di storie di gente comune

Natalia Cangi, direttrice organizzativa della Fondazione Archivio Diaristico Nazionale e presidente della Commissione di lettura del Premio Pieve Saverio Tutino – ©FOTO: Luigi Burroni

A Pieve Santo Stefano, l’Archivio pubblico fondato da Saverio Tutino, si è arricchito grazie al Piccolo Museo del Diario, dove le pagine scritte da persone comuni parlano e vivono grazie a suoni, luci e voci narranti. Ne parliamo con Natalia Cangi, direttrice organizzativa della Fondazione Archivio Diaristico Nazionale e presidente della Commissione di lettura del Premio Pieve Saverio Tutino

Arrivando a Pieve Santo Stefano, in provincia di Arezzo, ci accoglie un cartello con la scritta “Città del diario”. Il paese infatti, dal 1984, ospita un archivio pubblico fondato dal giornalista e scrittore Saverio Tutino, che raccoglie diari, lettere, scritti, memorie autobiografiche di quasi diecimila persone comuni. Grazie a questi racconti, si hanno preziose testimonianze parallele alla storia ufficiale che troviamo nei libri di scuola. Per rendere indimenticabili e meglio fruibili così tanti faldoni, nel 2013 è nato il Piccolo Museo del Diario, ispirato al libro “Il Paese dei diari” di Mario Perrotta. Grazie ad un innovativo allestimento multi-sensoriale e interattivo, realizzato da dotdotdot di Milano, il visitatore viene trasportato all’interno di un percorso espositivo dal forte impatto emotivo, fatto di suoni, voci e luci che lo circondano e lo fanno sentire parte della narrazione, così intima e reale. Le voci narranti danno vita ai testi contenuti negli scaffali degli archivi posizionati lungo le pareti. Quello che ci arriva, camminando nel bel mezzo delle vite di queste persone, è amplificato dal coinvolgimento reso possibile dalle tecnologie e dalla interattività studiata nei minimi dettagli. Ci sentiamo partecipi dei racconti di vita di gente comune, dei loro dolori, gioie, esperienze. La quotidianità reale, vissuta, sentita, che nutre e arricchisce la grande storia esce dai cassetti e ci travolge emotivamente.
Perrotta nel suo libro parla di diari che la notte escono dagli scaffali alla ricerca di storie affini, dando origine a sussurri e mormorii. Ed è questo “fruscio degli altri”, di cui parlava anche Tutino, ad aver ispirato la prima installazione.
Dal 2016 il museo fa parte della rete dei musei della Valtiberina toscana ed è membro ufficiale dell’Associazione Nazionale Piccoli Musei. Nello stesso anno ha ricevuto la qualifica di museo di rilevanza regionale dalla Regione Toscana.

Chi sono le persone comuni di cui conservate le storie, Natalia?

«La terminologia riferibile all’espressione “persone comuni” si inizia ad usare a metà degli anni ’80, insieme con l’idea di scrittura popolare, prima a Pieve Santo Stefano, poi a Trento e Genova. L’Archivio di Pieve è stato fondato nel 1984 da Saverio Tutino, un giornalista, scrittore, partigiano, uomo profondamente curioso e dalla vita avventurosa, che passò da Pieve per caso. Per persone comuni intendeva il popolo tutto, e non dimentichiamoci che quelli sono gli anni della caduta del muro di Berlino, della caduta delle ideologie, dei totalitarismi e dell’inizio di un’attenzione maggiore verso le persone. Ed è a loro che Tutino chiede uno sforzo che fino a quel momento non era mai stato fatto, ossia consegnare le proprie memorie scritte. Bisognava salvare il salvabile dei racconti autobiografici della gente, farli sopravvivere alla morte e alla dispersione. Tutino stesso aveva scritto diari per tutta la vita e la sua idea di archivio, che aveva da sempre, si concretizza finalmente a metà degli anni ’80».

Saverio Tutino,2010 - ©FOTO: Luigi Burroni
Saverio Tutino,2010 – ©FOTO: Luigi Burroni

Non è facile affidare ad altri le proprie memorie, lettere, autobiografie, diari

«No, non lo è. Un qualcosa di così privato che diventa pubblico, è un ostacolo emotivo non di poco conto. Il problema è stato superato dando una seria e sincera rassicurazione, che è quella che forniamo ancora oggi, prendendoci cura, per sempre, di ogni scritto che ci viene affidato. Questa è una letteratura involontaria di persone che spesso non hanno frequentato nemmeno le scuole primarie, ma che è un bene unico e prezioso. Riceviamo testi anche del presente, sicuramente diversi da quelli del passato, perché il livello di scolarizzazione, oggi, è più elevato e l’uso della scrittura è più consapevole».

Come sono cambiati nel tempo gli scritti?

«Ovviamente i manoscritti del passato sono molto più belli rispetto ai testi di oggi scritti al pc. L’evoluzione nel tipo di supporto è evidente, ma anche nel modo di scrivere, un tempo più genuino e privo di influenze esterne, come invece accade oggi con il web e i vari media».

Diari Saverio Tutino - ©FOTO: Luigi Burroni
Diari Saverio Tutino – ©FOTO: Luigi Burroni

Qual è l’epoca più rappresentata?

«Sicuramente il Novecento con i due conflitti mondiali. Abbiamo anche i racconti dei bambini, che con scritti e disegni narrano dettagliatamente i bombardamenti e i passaggi aerei. E quanta differenza con i racconti delle epoche successive, ad esempio dei ragazzini degli anni ’80, presi da problemi di scuola, i primi amori non corrisposti e problematiche tipiche di quell’età».

Leggete tutto ciò che ricevete?

«Sì certamente. Per il Premio ideato da Tutino abbiamo una commissione di lettura che si riunisce, una volta a settimana, da ottobre a giugno, per leggere e discutere. Tutto ciò che non partecipa al Premio viene comunque conservato e ce ne prendiamo cura. Al momento siamo quasi a diecimila storie e le abbiamo lette una ad una, anche perché talvolta è necessario fare delle verifiche. Ci sono capitati dei millantatori che raccontavano di omicidi non veri, oppure pensiamo ad esempio alle storie che ci arrivano dalle carceri e che potrebbero essere penalmente rilevanti. La lettura che dobbiamo fare si associa spesso all’ascolto attivo. Ci arricchiamo molto, ma è anche faticoso, perché queste storie, soprattutto di abusi e violenze, rimangono dentro di noi».

Il Museo è ormai uno strumento fondamentale, un’estensione dell’archivio

«Sì è lo strumento privilegiato che nasce per migliorare l’esperienza dell’archivio. Non è un’idea nata dal nulla, perché abbiamo prima iniziato con la digitalizzazione di tutto il patrimonio contenuto nell’archivio. Ci siamo poi mossi facendo uscire i racconti in esterno, per esempio con la collana de L’Espresso “La Grande Guerra, i diari raccontano”. Oggi proseguiamo con la digitalizzazione e collaboriamo anche con l’Università di Siena, perché sappiamo che dobbiamo fare il miglior uso delle tecnologie disponibili, senza però snaturare l’umanità dell’archivio.
Il museo è tecnologico e interattivo, ma conserva un’elevata emotività. Io amo definirlo un ecosistema narrativo, con voci che escono dai cassetti e fanno vivere a pieno le storie ai visitatori. Le persone sono coinvolte in racconti di cui all’inizio non sentono di far parte, mentre al termine della visita sì, c’è un forte senso di partecipazione, condivisione e appartenenza».

Quali sono le storie più amate e conosciute?

«La storia delle storie è quella di Clelia Marchi e il suo lenzuolo, che consegna personalmente a Tutino nel 1986. Perso l’amato marito Anteo in un incidente, la donna scrive incessantemente per quindici anni e una notte, non avendo più carta, usa il lenzuolo come supporto. Nella sala di Clelia vi sono anche oggetti 3d, ripresi proprio dai testi scritti sul lenzuolo. Molti visitatori si commuovono davanti a questo racconto ed è facile capire il perché. Un’altra storia molto amata è quella di Vincenzo Rabito, cantoniere semianalfabeta divenuto un famoso scrittore per la sua lingua inventata, con la quale scrive una monumentale autobiografia, che è oggi un incredibile spaccato di vita vissuta nel pieno della Prima e Seconda Guerra Mondiale».

Lenzuolo Clelia Marchi, Piccolo Museo del Diario - ©FOTO: Luigi Burroni
Lenzuolo Clelia Marchi, Piccolo Museo del Diario – ©FOTO: Luigi Burroni

Come scegliete le storie che dall’archivio passano nelle stanze del Museo?

«Nei cassetti del museo ci sono tante storie emblematiche, che vengono alternate prendendone altre dall’archivio. Logicamente ce ne sono alcune che non toglieremo mai, come ad esempio la storia di Luisa, che racconta anni di abusi e violenze domestiche, facendo trasparire tutto il suo profondo dolore. Ci sono anche storie più leggere, che scegliamo perché più adatte alle scolaresche e alle famiglie».

Qual è l’identikit del visitatore?

«Il visitatore negli anni è cambiato notevolmente. Inizialmente, quando non facevamo promozione online e, in particolare, sui social, il visitatore era lo stesso dell’archivio, ossia insegnante tra i 30 e i 60 anni, prevalentemente del Centro Italia. Oggi invece il museo è molto frequentato da famiglie, scuole e anche da pellegrini, perché Pieve si trova sulla via di San Francesco».

E chi ha un diario, lettere, memorie o un’autobiografia, può inviarli al Premio Pieve Saverio Tutino o, semplicemente, depositarli nell’Archivio di Pieve Santo Stefano, che ne avrà cura per sempre. E la storia continua.

Irene Tempestini

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