• 18/08/2022

Museo del Tessuto di Prato

 Museo del Tessuto di Prato

Area nuove fibre e materiali

TOSCANA ECONOMY Museo del Tessuto di Prato

Un viaggio nella storia dell’industria della moda italiana

Il Museo del Tessuto di Prato non racconta solo la storia di un settore, non si limita a raccontare l’evoluzione di un distretto, quello tessile toscano, racconta la storia di una città. Fin dal luogo in cui sorge, un’ex fabbrica tessile, il museo si presenta come parte integrante della città, uno specchio della sua storia, il ricordo di ciò che è stato e un osservatorio privilegiato di ciò che è oggi. Nei suoi 3000 metri di spazio espositivo vengono ospitati filati pregiati e macchinari utilizzati dall’industria tessile, viene raccontata la lavorazione dei tessuti e l’evoluzione dell’industria della moda italiana. Ad accompagnarci in questo viaggio nella storia  è  il direttore del Museo, Filippo Guarini

Quando nasce il Museo del Tessuto?

Il Museo nasce nel 1975 all’interno dell’Istituto tecnico industriale Tullio Buzzi, che si occupa di formazione nel settore tessile e non solo, e si trasferisce qui nel 2003.

Ci troviamo all’interno delle mura medioevali, in un’ex fabbrica tessile che è stata fondata nella seconda metà dell’Ottocento e che ha lavorato come risoluzione tessile fino alla metà degli anni ’80. Poi il Comune l’ha acquisita e restaurata per trasferirvi all’interno il museo e la biblioteca Lazzerini, che è stata realizzata con un secondo lotto e inaugurata nel 2009.

Cosa rappresenta per Prato il Museo del Tessuto?

È una realtà che rappresenta non solo la memoria storica della produzione tessile, che è stata e continua ad essere il motore più vitale dell’economia e quindi anche del progresso sociale che ha avuto Prato e la sua popolazione, ma pur essendo un museo siamo molto attenti a raccontare quello che succede nella realtà contemporanea. Il distretto pratese è ancora molto vitale. È il distretto tessile più importante d’Europa. Il museo è partecipato a vari livelli dalle aziende del territorio, sia di supporto che di collaborazione. Ci interessa molto, sia con attività che con iniziative espositive, valorizzare e far conoscere che cos’è il distretto oggi.

Il museo è l’interfaccia culturale del distretto produttivo. È una realtà molto sentita e partecipata dai cittadini.

Essere all’interno di uno spazio così bello lo ha trasformato in un grande polo di attrazione, non solo locale.

E quindi anche un motore per l’economia?

Di sicuro. Oramai sappiamo che la cultura non è un aspetto della nostra vita così lontano dall’economia. Le sinergie fra mondo produttivo, economia e mondo della cultura creano circoli virtuosi sia per le aziende che per le istituzioni culturali.

Che impatto ha avuto il Covid sulle attività del museo?

Ha avuto un impatto molto importante ovviamente sul numero di visitatori e sulle attività. Il museo stava andando molto bene e con la chiusura di marzo 2020 c’è stato il crollo e anche la riapertura (che c’è stata a maggio) è stata limitata, senza turisti e senza scuole.

Abbiamo circa 200 scuole l’anno che ci vengono a trovare. Abbiamo una programmazione di attività educative e anche laboratoriali importante e spesso vengono a trovarci scuole da fuori Regione e anche da fuori Italia. Tutto questo con il Covid è crollato, però guardiamo avanti e vediamo come andrà nei prossimi mesi.

Nel nostro giro dentro al museo oltre a macchinari tessili di tutte le epoche, tessuti pregiati, spazi che raccontano la lavorazione del tessuto e l’evoluzione dell’industria della moda, troviamo anche un’area dedicata ai tessuti ecosostenibili, aggiunta recentemente.

Direttore, cosa significa per un tessuto essere ecosostenibile?

Ecosostenibile significa avere una serie di requisiti che attutiscono l’impatto sull’ambiente di questa industria che sappiamo avere grossi problemi di sostenibilità. L’industria dell’abbigliamento negli ultimi anni ha visto aumentare enormemente il suo impatto ambientale con l’imporsi del modello di business della cosiddetta fast fashion, che prevede la produzione di grandi quantità di capi di abbigliamento a costi contenuti, inducendo modelli di acquisto quasi compulsivo. Il consumatore invece di comprare pochi capi di qualità, grazie ai prezzi accessibili può permettersi di fare continui acquisti e questo impatta enormemente sull’ambiente sia perché gli abiti spesso sono realizzati con fibre sintetiche, meno sostenibili, sia perché molti capi rimangono invenduti e devono essere tolti dal commercio e poi smaltiti. Questi fattori hanno reso l’industria tessile e dell’abbigliamento una fra quelle che impattano maggiormente sull’ambiente. È quindi molto importante che questi modelli cambino. I produttori di materie prime e di tessuti possono fare la loro parte mettendo sul mercato materiali con caratteristiche di ecocompatibilità, anche se molto dipende dalle politiche di mercato dei brand.

Come è cambiato il distretto negli anni? Le industrie pratesi continuano a produrre a Prato o hanno delocalizzato?

C’è stato un periodo in cui hanno delocalizzato, soprattutto negli anni ’90, durante i quali grossi gruppi hanno spostato la filatura soprattutto nei paesi dell’Est grazie all’impatto del minor costo della manodopera di quei paesi. Però oggi stiamo assistendo a questo fenomeno che si chiama reshoring che consiste nel ritorno a casa delle aziende che avevano delocalizzato. Questo accade perché la delocalizzazione comporta per le aziende una maggior difficoltà a controllare la qualità. Per fortuna non è più, o quanto meno, non è solo il prezzo l’elemento principale della competitività.

Prato oggi produce molto meno tessuto rispetto a una volta, in metri lineari, ma con una qualità nettamente più alta.

Oggi per chi produce il Distretto pratese? Chi sono i buyers?

I principali clienti di Prato sono aziende internazionali di tutto il mondo che producono abbigliamento di qualità medio-alta.

Un’ultima domanda: l’arrivo della comunità cinese come ha impattato sul distretto?

L’arrivo della comunità cinese è parte dell’evoluzione della storia del distretto e non poteva mancare all’interno del museo una parte di questa storia. Attraverso un’installazione video abbiamo deciso di raccontare anche l’arrivo della comunità cinese, i conflitti che ci sono stati nel territorio, ma anche il processo di integrazione. 


Il Museo ospita un attrezzato laboratorio per la conservazione e il restauro tessile




APPROFONDIMENTI

visita la sezione restauro del museo


Francesca Maltagliati

Giornalista - francesca.maltagliati@toscanaeconomy.it

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