• 17/08/2022

L’ornitorinco come fa?

TOSCANA ECONOMY L'ornitorinco come fa?
Ingresso dell’Ornitorinco Aelier – © Foto: Esther May

INTERVISTA allo scrittore Fabrizio Silei

Siete mai stati in quello che i tedeschi chiamano una wunderkammer, ovvero una camera delle meraviglie piena di oggetti curiosi, creati dalle mani dell’uomo, dove si respira un’atmosfera che sa di magia e di passato, in cui indugiare con l’occhio sopra ogni dettaglio e stupirsi, sorridere dentro di sé  respirando l’odore del legno intagliato? Aveva più o meno in mente questo lo scrittore Fabrizio Silei, quando ha pensato al suo Ornitorinco Atelier

Un luogo aperto alle contaminazioni, dove nascono storie, trottole, personaggi di legno, dove si può andare a sfogliare un libro o un gioco creativo, partecipare ad un laboratorio o seguire un corso di scrittura espressiva. 

«Mi colpisce sempre la capacità dei bambini di vedere ed essere presenti. Quando un bambino entra all’Ornitorinco guarda tutto: dalle marionette alle illustrazioni alle pareti. Molti adulti, invece, hanno perso la capacità di osservare, la consapevolezza. Per questo dico che i bambini ci educano». 

L’Ornitorinco non è una libreria, né un baby parking, bensì una comunità educante in cui veder crescere i bambini e le loro famiglie.

«Vengono da tutte le parti e per chi entra nella filosofia di questo posto, è naturale tornarci. Quando ho iniziato a scrivere storie per ragazzi volevo saldare un debito di riconoscenza che avevo nei confronti dei libri e delle storie, che al di là di ogni retorica, mi avevano davvero salvato la vita. Non potevo immaginare che da lì a breve sarei entrato in un mondo fatto di scuole, insegnanti, educatori, famiglie. Ad un certo punto ho capito che incontrare i lettori, parlare con loro era importante, ma non bastava. Veniva a mancare la continuità propria di qualsiasi progetto educativo. Per introdurre un cambiamento importante bisognava coinvolgere gli educatori, ovvero genitori e gli insegnanti.  Così nasce questo posto che vuole essere il modo per restituire al territorio in cui vivo una cultura del bambino e dell’infanzia meno ingenua e più riflessiva, sottraendo i più piccoli ad un modello di consumo prevalente che li vede fruitori passivi di “pratiche insensate” ed esperienze stereotipate, offrendo al loro posto storie, esperienze significative, condivisione, senso». 

TOSCANA ECONOMY L'ornitorinco come fa?
Le espressioni facciali negli studi di Silei – © Foto: Esther May

Il modello educativo proposto è quello del “bambino narratore” e del “pensare con le mani”. Un bambino abituato a raccontarsi è un bambino che nel tempo impara a costruire la propria identità e sulla base di questo sa scegliere. Giocare con una marionetta attiva processi creativi che spesso i giochi elettronici sacrificano. 

«E con questo non voglio passare come l’apocalittico che rinnega l’apporto della tecnologia, che peraltro ritengo importantissimo. È il senso che non dovrebbe mai venir meno, in un gioco tradizionale, così come in un videogioco, quindi ben venga la tecnologia atta a stimolare i processi creativi, ma senza trascurare la materia, il tatto, l’olfatto e l’azione concreta sul mondo fisico delle cose. Noi siamo il paese di Michelangelo, sarebbe bello se i bambini crescessero sapendo piantare un chiodo e corressero il rischio di martellarsi un dito ogni tanto, il che non vuol dire che non debbano vivere in sintonia col loro tempo». 


Fabrizio Silei è un sociologo, artista e narratore per l’infanzia. Vincitore del Premio Andersen 2012 e 2014 (l’Oscar della letteratura per ragazzi), è stato definito “la voce più alta e interessante della narrativa italiana per l´infanzia di questi ultimi anni”



I bambini che frequentano l’Ornitorinco sviluppano in breve tempo non solo la capacità di produrre i propri lavori in autonomia, ma anche quella di raccontarli, condividerli,  presentarli ad un pubblico,  grazie anche all’ascolto della comunità e alla gratificazione che ne deriva. Un lavoro importante sull’autostima del bambino e l’abbattimento delle barriere del “non sono capace” che spesso noi adulti favoriamo colpevolmente.


Ma chi sono i bambini di oggi? 

«Creature meravigliose, generose, prive di pregiudizi, che vivono però in una situazione di grande sofferenza: iperprotetti, iper giudicati, iper etichettati.

Vivono in una dimensione di attenzione che non ha precedenti nella storia dell’umanità, ma questo rischia di rivelarsi un boomerang.

È stata dimenticata la lezione dei grandi maestri e l’infanzia viene spesso scambiata per la preparazione all’età adulta, dimenticando che è il momento più significativo della vita. Occorre riprogettare la nostra interazione coi bimbi, a partire dalla comunicazione. C’è un vezzo diffuso, quello al bamboleggiamento, ovvero all’utilizzo di un linguaggio fatto di diminutivi e vezzeggiativi: alberino, fiorellino, coniglietto… condito da un tono mellifluo, affettato, artificioso. Io credo che ai bambini si debba parlare come agli adulti, sono bambini, non sono cretini! Al contrario, a differenza degli adulti non sono ancora andati a male, ecco perché dobbiamo dirgli: tu puoi, tu fai, prova tu! Restituirgli la dimensione del gioco oltre le logiche del perfezionismo, e i nostri schemi viziati. Restituirgli anche la dimensione del rischio, che è scomparsa pure dalle storie. A che serve? Poi quando cresceranno vedranno che il mondo non è come glielo abbiamo raccontato: ovvero semplificato. Oggi i bambini ignorano il nome delle cose: un albero è solo un albero. Ritorniamo a dare il nome alle cose, la voce agli anziani della famiglia. Quando all’interno del bosco riusciranno a distinguere una quercia, da un ontano  avranno imparato qualcosa sulla complessità, magari grazie a un nonno che non sa usare lo smartphone».  


Nel 2019 l’esordio nella letteratura per adulti, con il giallo “Trappola per volpi”, edito da Giunti, di cui sta scrivendo il seguito


I bambini hanno patito più di tutti il lockdown? 

«Credo di sì, per i bambini la fisicità è molto importante: abbracciarsi, toccarsi, stare insieme ai compagni. La perdita della socialità indubbiamente ha segnato le loro giornate, ma come dice Primo Levi: tutto ciò che toglie qualcosa, restituisce qualcosa, quindi non limitiamoci a dire: poveri bambini! hanno parlato di più coi genitori, li hanno vissuti di più, magari hanno fatto anche i ravioli insieme e questo resterà». 


Dal romanzo “Il bambino di vetro” (2011), vincitore nel 2012 del Premio Andersen, è stato tratto il lungometraggio “Glass Boy” di Samuele Rossi, miglior film Feature Experience al Giffoni Film Festival



APPROFONDIMENTI 

www.fabriziosilei.it 



Maria Salerno

Giornalista - maria.salerno@toscanaeconomy.it

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