• 18/06/2021

Lo iodio fa bene alle piante

 Lo iodio fa bene alle piante

Joachim Beuckelaer – Donna al mercato (1565)

la scoperta green della Scuola Sant’Anna di Pisa che rivoluziona la produzione di fertilizzanti

Che lo iodio sia un elemento indispensabile per il corretto funzionamento del metabolismo umano è risaputo da tempo. Che lo stesso valesse anche per le piante non lo era, almeno fino allo studio pubblicato a febbraio su Frontiers in Plant Science dal gruppo di ricerca del PlantLab della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

La letteratura scientifica ha finora affrontato la questione della presenza dello iodio negli organismi vegetali esclusivamente in prospettiva antropocentrica, concentrandosi sullo sviluppo dei processi di biofortificazione per integrare il fabbisogno umano.

Il team interdisciplinare del Sant’Anna, in collaborazione con l’Istituto di fisiologia clinica del CNR di Pisa e con l’Istituto per il sistema di produzione animale in ambiente mediterraneo del CNR di Napoli, ha scelto una strada diversa: studiare i meccanismi fisiologici legati alla presenza delle iodio al fine di aumentare il volume e il valore produttivo delle colture, secondo un’ispirazione, dunque, fisiocentrica.

I ricercatori del Sant’Anna hanno somministrato quantità controllate di ionio radioattivo – un radioisotopo impiegato in medicina nucleare a scopi diagnostici e terapeutici – a esemplari di Arabidopsis thaliana, la cavia preferita dei botanici: legandosi a molecole proteiche, lo iodio diviene parte integrante del processo fisiologico influendo positivamente su biomassa, fioritura e attività trascrizionale. Il processo di iodizzazione delle proteine – 82 finora le proteine iodinate individuate – è stato osservato anche in specie vegetali di importanza agronomica filogeneticamente distanti (mais, grano, pomodoro, lattuga): attraverso una fertilizzazione mirata l’ottimizzazione dell’apporto di iodio può massimizzare la resa delle colture e la loro resistenza a fattori di stress.

L’importanza dello iodio nella vita delle piante è passato finora inosservato perché il fabbisogno è limitato e, di conseguenza, le scarse concentrazioni nel terreno non sono rilevabili se non con una ricerca mirata.

Ma la scoperta del Sant’Anna è stata resa possibile soprattutto da un cambiamento culturale, che guarda primariamente alla biosfera come sistema e non egoisticamente all’uomo.

Le potenzialità in termini di difesa e fortificazione degli organismi vegetali e di promozione di un’agricoltura ecosostenibile sono enormi. Non sorprende che la ricerca sia stata cofinanziata dalla multinazionale SQM, specializzata nella produzione di fertilizzanti minerali ecocompatibili. Un esempio virtuoso, questo, della sempre più necessaria alleanza tra sapere scientifico, ecologia e imprenditorialità.

«Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra». Lo scriveva, nel 1979, Hans Jonas, padre nobile di una nuova filosofia della natura. Non è a rischio il mondo in sé, il pianeta, che sopravviverà in ogni caso, ma il destino dell’antropocene, della sopravvivenza della specie umana. Lo studio più che ventennale condotto dal PlantLab contribuisce alla riduzione dell’impronta ecologica e a una rivoluzione prospettica inderogabile. È imperativo aiutare la natura con la natura, in una dimensione olistica della biosfera, di cui l’uomo è il centro prospettico ma non il fine ultimo, né tantomeno il padrone.

Giorgio Scrofani

docente di Filosofia e Storia - giorgio.scrofani@toscanaeconomy.it