• 20/06/2024

L’impresa tra offshoring e reshoring

 L’impresa tra offshoring e reshoring

Il mondo è fatto a scale: c’è…. chi entra e chi esce. Dispiace non poter replicare il famoso detto ma nel campo dell’offshoring e reshoring non si può fare altrimenti.

Nel corso del tempo le aziende hanno ritenuto opportuno trasferire una parte della loro attività all’esterno per la ottimizzazione della produzione. Il fenomeno, chiamato outsourcing, diventa offshoring quando si approda all’estero. Questa delocalizzazione si è indirizzata verso i Paesi dell’Est europeo, con maggiore frequenza fin quando la rete europea non li ha abbracciati riducendo, come avremo modo di vedere, l’auspicato grado di convenienza. Gli altri Paesi che continuano ad essere gettonati sono le Filippine, la Cina, l’India ed altri del sud est asiatico.

Le motivazioni ispiratrici sono varie ma tutte polarizzate verso la ricerca di un’ottimizzazione economica, pur in presenza di rischi che ne vanno necessariamente a temperarne la portata. La distanza, per sua natura, costituisce un’implicita fonte di rischio perché ad essa vanno agganciati i più tangibili rischi di trasporto e consegna. Altro elemento da considerare a questi fini è il clima politico dei Paesi individuati, non sempre tenutari di una democrazia stabile in grado di assicurare un campo da gioco livellato, elemento necessario per svolgere con serenità qualsiasi attività produttiva. Vanno anche considerati i differenti livelli culturali, la lingua, le differenti abitudini, il grado di stabilità dello stesso Paese, da cui discendono altri tangibili elementi di preoccupazione (rischio di inflazione, di cambio, etc..).

Tornando alle motivazioni positive dell’offshoring si possono evidenziare le principali: riduzione tangibile del costo del lavoro, disponibilità di materie prime all’estero, riduzione di altri costi di produzione, primi tra tutti l’energia, disponibilità di terzisti competenti residenti all’estero, richiesta espressa di delocalizzazione da parte di clienti già residenti all’estero, presenza di incentivi offerti dai Paesi ospitanti la produzione, non disponibilità e / o impossibilità di aumentare la produzione in Italia. Ce ne sono sicuramente altre ma quelle enunciate possono già dare una profondità di visione dell’ampio set di motivazioni.

Al suo interno l’azienda valuterà costantemente il mantenimento del livello di convenienza all’utilizzo di produzioni offshore anteponendo ai benefici tangibili la quantificazione del rischio dianzi enunciati.

Nel corso degli ultimi anni questa valutazione è diventata sempre meno scontata e in più di un’occasione ha stimolato gli imprenditori a fare marcia indietro e reinternalizzare le produzioni (reshoring). Per quanto ovvio simili scelte hanno del sofferto, postulando anche sensibili vibrazioni nell’organizzazione interna. Di questo si è diffusamente parlato anche nel V seminario residenziale di Pistoia “Le trasformazioni del sistema industriale”, promosso da Confindustria Toscana Nord e Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia.

Come già espresso l’estensione dell’Europa ha reso meno convenienti le collaborazioni con i Paesi dell’Est europeo, con ciò restringendo il campo a livello geografico.

Inoltre, nel corso degli anni, ci si è resi conto che alcuni atout, prima vincenti, stavano riducendo il loro appeal. Sarebbe sicuramente opportuno fare dei distinguo tra tipologie di produzione, di Paese, di dimensione aziendale. Tutto ciò porterebbe ad estendere la portata della riflessione e a ridurre il grado di concentrazione. Per questo si faranno considerazioni di carattere generale al netto di focalizzazioni evidenziando, per tutti, che il fenomeno pandemico ha svolto la medesima funzione del lievito per portare a compimento le consapevolezze reshoring.

I tempi di consegna si sono allungati rispetto agli attesi. Al tempo stesso la produzione esterna non ha consentito di migliorare il livello di servizio alla clientela. I costi logistici (trasporto, stoccaggio, etc) sono risultati maggiori delle attese. Alla lunga si è registrata anche la perdita dell’effetto Made in Italy. La qualità delle produzioni delocalizzate è peggiorata e, con i benefici della 4.0, in Italia i costi di produzione si sono abbattuti. Si aggiunga anche la sempre maggiore difficoltà di coordinamento da parte dei dipendenti italiani verso i lavoratori stranieri.

Anche in questo caso la pandemia si è rivelata, oltre ad un fenomeno sanitario, un elemento scatenante per la revisione di un processo ormai consolidato? Forse sì e forse no. Questi due anni di potenziale stand by ci hanno messo del proprio ma il reshoring si è attivato molto prima. La chimera di risparmiare costi solo approdando all’estero è un paradigma che si sfata da solo, senza alcun bisogno della pandemia. Quest’ultima può aver dischiuso gli occhi ad un maggior numero di imprenditori, che dovrebbero vedere nella filiera corta e di prossimità uno dei metodi vincenti per assicurarsi la produzione e rispondere anche al fenomeno di ripopolamento delle imprese nei nostri territori, ingiustamente devastati da una arida valutazione, poi smentita, di risparmio economico.

Umberto Alunni

Giornalista, consulente aziendale, motivatore, scrittore

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