• 20/04/2024

L’effetto dei costi energetici

 L’effetto dei costi energetici

Il costo dell’energia tiene banco da tempo nelle discussioni politiche, familiari e aziendali. Per queste ultime le iniziative intraprese stanno avendo poco più di un effetto placebo. Fino a quando?

La nostra contemporaneità è caratterizzata da una politica industriale che non tiene in debito conto la produzione energetica. Tra il paventare possibili aiuti di stato, linea green, abbandono di scelte particolarmente caratterizzanti, nucleare in primis,  sembra di essere al gioco dell’oca. Il dibattito, così articolato, non sta portando soluzioni concrete, al contrario dei nostri vicini di casa europei. E le aziende, come le stelle, stanno a guardare in attesa di meccanismi calmieratori, se non proprio risolutori. Ma ancora una volta: fino a quando? Quando si inizierà a fruire di una sana politica in grado di debellare le isterie di questa o quella speculazione? Sono domande alle quali non è semplice dare risposte. Ad ogni modo le aziende devono andare avanti e chiedersi giornalmente cosa dover fare, anche alla luce delle destabilizzazioni “energetiche”.

Per le stesse, in più di un’occasione, la questione viene inquadrata come un problema di cassa. Se fosse così basterebbe avere flussi disponibili, poter contare su una rateizzazione o, al limite, fruire di un finanziamento. Ma il problema è ben più ampio ed affonda le proprie radici anche nelle componenti economiche dell’azienda. Il costo dell’energia è un importante elemento che concorre alla formazione dei prezzi di vendita e la sua variazione modula necessariamente la strategia commerciale e con essa i piani previsionali. Pur se in questa sede le riflessioni hanno portata generale non possiamo sottacere che le sfumature, in quanto a peso sulla formazione dei prezzi, sono diverse per tipologia di azienda: solo a titolo di esempio per quelle manifatturiere e di trasporto l’influenza dei costi energetici sarà più significativa rispetto ad aziende di servizi, e così via. Lasciandoci dietro le spalle quanto appena espresso, proviamo a vedere insieme i margini di manovra dell’azienda:

  • Aumentare i prezzi per trasferire l’incremento del costo sulla clientela assicurandosi in tal modo il mantenimento dei margini;
  • Assorbire gli stessi costi con corrispondente riduzione dei margini, non creando turbative alla clientela che non vedrebbe aumenti di sorta;
  • Interpolare tra le due strategie appena enunciate giocando di tacco e di punta tra incremento dei prezzi, laddove possibile, e assorbimento dei costi con riduzione dei margini in caso contrario;
  • Ridurre il fatturato per i prodotti più energivori tirando i remi in barca e non esponendosi, pertanto, al cortocircuito – prezzi, costi, mercato -;
  • Diversificare e spostarsi su altri ambiti di business meno energivori se l’organizzazione aziendale lo consente;
  • Stare a guardare, non fare niente, assorbendo i costi riservandosi di scegliere in un secondo momento.

Qualsiasi scelta che si vorrà fare dovrà essere preceduta da una sana valutazione del proprio mercato e del greep che l’azienda ha su di esso. Quanto più è presente e protagonista tanto più avrà possibilità di scaricare i costi sul prezzo di vendita. La scelta tra le opzioni sopra individuate  è anche condizionata dalla storicità dell’azienda, da quanto tempo ha aggiornato il proprio listino prezzi, dalla presenza o meno di prodotti “maturi” e magari non propriamente esclusivi.

Più in generale, a prescindere da quanto verrà deciso in tema di politica industriale, è opportuno che si elaborino delle scelte concrete nell’immediato e, in parallelo a questo, si imposti una strategia, questa volta di più ampio respiro, tendente a ridurre la dipendenza energetica dell’azienda, venendo incontro alla tematica sulla sostenibilità (vedansi variabili ESG – Environmental, Social, Governance). Questi colpi di reni dell’azienda, questi meccanismi decisori finalizzati al breve e medio periodo, apparentemente distonici rispetto al quanto “non” venga deciso in tema di energia, sono invece apprezzati dagli stakehlders nella loro coerenza. Sappiamo bene che un’impresa è apprezzata per la sua capacità di individuare dei percorsi, meglio se sostenibili. A questo punto l’apprezzamento contaminerebbe non solo i diretti portatori di interessi ma tutta la collettività. Spostarsi dall’ambito del demagogico verso quello della coerenza e sostenibilità premia ed incrementa il valore aziendale. Ed ecco che da un problema, quale l’incremento dei costi energetici, l’imprenditore “rischia” di imbattersi consapevolmente in una soluzione apprezzata da tutti, rendendo ancora una volta attuale il bellissimo ritornello di Fabrizio de André secondo il quale “dal diamante non nasce niente, dal letame nascono i fior”.

Umberto Alunni

Giornalista, consulente aziendale, motivatore, scrittore

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