• 18/06/2021

La teoria dei cicli economici di Joseph Schumpeter

È possibile immaginare una crisi economica come un’onda violenta che increspa la superficie: l’acqua viene agitata e poi torna la calma. A differenza di quanto avviene in natura, questo genere di onda tutta umana genera un equilibrio diverso dal precedente. Si deve a Joseph Alois Schumpeter (1883-1950) il merito di aver individuato nelle crisi periodiche l’essenza stessa del sistema capitalistico. In Teoria dello sviluppo economico(1912), e successivamente in Cicli economici (1939), Schumpeter sostenne che il progresso economico non avviene in modo lineare ma a onde o sciami, quando un’innovazione – la piena entrata in regime di un dispositivo o prodotto tecnologico (invenzione) – produce uno squilibrio dinamico nel precedente equilibrio statico. Alla fase espansiva, che genera profitto e induce a un processo di imitazione, segue la fase recessiva con un nuovo equilibrio statico che verrà a sua volta messo in movimento da un altro ciclo di innovazione. Si tratta delle cosiddette ‘onde di Kondratieff’, cicli regolari sinusoidali di lungo periodo. Il paradigma Schumpeter-Freeman-Perez individua almeno cinque onde. La prima ha inizio intorno al 1771, con la cosiddetta prima rivoluzione industriale. L’ultima, l’era dell’informatica e delle telecomunicazioni, attualmente nella sua fase conclusiva, è cominciata nel 1971 con l’introduzione del primo microprocessore. Ciascun ciclo di sviluppo è guidato da un’invenzione traino – la macchina a vapore, la fusione atomica ecc. I periodi di stallo sono dovuti al lasso di tempo necessario affinché un’invenzione generi innovazione. Il ruolo propulsore dello sviluppo economico è attribuito da Schumpeter all’imprenditore, che è tale proprio per la sua intuizione e per la capacità di attuare scelte innovative e temerarie, e al sistema creditizio, che scommette su di lui. Schumpeter inverte, quindi, il rapporto tra sviluppo capitalistico e attività imprenditoriale caratteristico dell’economia classica, attribuendo alla fase recessiva una funzione vitale di ristrutturazione. Schumpeter la definisce “distruzione creatrice”.

La crisi, per quanto dolorosa, non è una fine ma un nuovo inizio, una possibilità di rinnovamento.

Quella attuale, dovuta a un fattore esogeno, ha indubbiamente scompaginato l’equilibrio dei mercati, provocando perdite enormi, ma ha al tempo stesso palesato l’inadeguatezza del sistema attuale. Le precedenti strutture gestionali e produttive, ormai incapaci di produrre innovazione, saranno sostituite e all’onda seguirà la bonaccia.

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Giorgio Scrofani

docente di Filosofia e Storia - giorgio.scrofani@toscanaeconomy.it