• 20/06/2024

Indici di bilancio: strumento inossidabile o stantio?

 Indici di bilancio: strumento inossidabile o stantio?

La modellizzazione è costantemente utilizzata nei vari àmbiti professionali. Con ciò si intende l’attitudine a rappresentare una struttura essenziale che tende a far meglio comprendere una molto più articolata e complessa. Un sistema di indici potrebbe costituire la valida modellizzazione di un bilancio aziendale?

La risposta non è semplice né scontata, ma può offrire interessanti spunti per svolgere alcune riflessioni. Gli indici di bilancio sono dei rapporti costruiti integrando grandezze economiche, finanziarie e patrimoniali. Nascono e vengono utilizzati per agevolare l’analisi delle prestazioni di un’azienda in un determinato periodo di tempo. Se ne conoscono molti, alcuni di essi sono più utilizzati ed altri meno. Le relazioni sull’andamento aziendale, le riclassificazioni di bilancio sono occasioni e contesti in cui gli indici non possono mancare. Hanno ragione di esistere anche nel confronto tra aziende che si occupano dello stesso business, per meglio comprendere le singole peculiarità. Ne hanno ancor più in presenza di confronto tra la singola azienda e le aggregazioni di aziende dello stesso settore, intendendo per tale omogeneità, o prossimità,  di codice ATECO o altro meccanismo identitario.

Nel corso del tempo sono stati digeriti in vari modelli, non ultimi quelli utilizzati dagli istituti di credito per valutare la capacità di rimborso dei prestiti. Gli indici economici, margine operativo lordo in primis (mol), aiutano a comprendere la sostenibilità del business.

Ma in un mondo dove la velocità ha raggiunto il podio tra i drivers aziendali, dove l’uovo va raccolto prima che la forza di gravità gli consenta di abbandonare la gallina e toccare per terra, possiamo ancora parlare di indici aziendali? Sono ancora attuali? Come possono coniugarsi con la necessità di dover essere sempre più tempestivi considerando che misurano eventi già accaduti? C’è spazio per sostenerne il supporto alla predittività?

Non si sottace il fatto che alcuni indici di bilancio sono fuorvianti, non solo non supportano l’imprenditore ma portano addirittura fuori strada. Questo rischio si corre in proporzione inversa alla dimensione dell’azienda alla quale ci si riferisce. Un esempio per tutti: il ROE – Return On Equity. Misura la redditività del capitale e si ottiene dividendo l’utile di periodo per i mezzi propri. La finalità è nobile: comprendere il ritorno del capitale investito che dovrebbe essere superiore ad un investimento finanziario considerando che, a differenza di quest’ultimo, non può non  inglobare l’implicita remunerazione del rischio imprenditoriale. Nelle aziende medio piccole, di norma, l’apporto di capitale rispetto ai mezzi di terzi è significativamente inferire. Prendiamo l’esempio di un’azienda con fatturato di 1.500.000 di euro, utile di 40.000 e capitale di 100.000 euro.  il ROE è pari al 40% (40.000 x 100 / 100.000). E’ un risultato eclatante, se finalizzato a sé stesso. A ben vedere, però, il risultato riviene da una patrimonializzazione che, con uno scarso 6,7% del fatturato, potremmo eufemisticamente definire migliorabile. Quindi il ROE assume un valore importante non per merito del numeratore, risultato di esercizio, ma per demerito del denominatore, capitale. Una qualche informazione in più potrebbe derivare dal ROA – Return On Assets, che confronta il risultato con il totale dell’attivo. In questo caso, però, la presenza o meno di immobili, la scelta di utilizzare strutture in leasing potrebbe ancora una volta non restituire informazioni correlate alla realtà.

Forse la chiave di lettura sta nella individuazione di un cluster di indici, la cui articolazione e complementarità possano restituire adeguato ritorno di informazioni. Tuttavia va fortemente considerata la dimensione e tipologia d’impresa ed il fatto che più si è piccoli maggiore è la difficoltà di modellizzazione. Altrimenti il modello di Altman, classico esempio di gruppo integrato di indici, sarebbe una buona soluzione per tutte le stagioni. Quando gli indici si utilizzano al proprio interno e si diluiscono nel tempo, intendendo per tale il confronto per la stessa azienda nel corso dei vari periodi, le dubbiosità di cui sopra si annacquano. L’analisi del trend ci mette nella condizione di non tenere conto delle remore prima enunciate. Lo stesso non si può dire quando ci si confronta nello spazio. In questo caso dovremmo selezionare quei pochi indici a supporto di una serena e proficua confrontabilità con altre imprese o gruppi di esse.

Forse il segreto sta nella scelta oculata di pochi indici, che potremmo definire taylor made,  calabili nella realtà delle aziende individuate. E sulla predittività come la mettiamo? Il confronto nel tempo all’interno di un’azienda tramite indici genera una traiettoria da poter utilizzare, insieme ad altre informazioni, a fini predittivi. Senza scomodare l’intelligenza artificiale anche con dei semplici indici di bilancio, ed un loro sapiente assemblaggio, sarà possibile supportare l’imprenditore nelle sue scelte future.

Tutto ciò porta ad una ragionevole conclusione: gli indici non vanno ancora …. messi all’indice!

Umberto Alunni

Giornalista, consulente aziendale, motivatore, scrittore

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