• 20/04/2024

Il valore delle persone in azienda

 Il valore delle persone in azienda

“Il valore di una persona risiede in ciò che è capace di dare e non in ciò che è capace di prendere.”

Questa famosa frase di Albert Einstein quanto, come e se, può coniugarsi in un contesto lavorativo dove l’offerta di lavoro di un dipendente / collaboratore deve necessariamente correlarsi ad un tangibile riconoscimento economico?

Oltre a questa corrispondenza c’è spazio per produrre valore nel rapporto e, del caso, come si capitalizza a beneficio di entrambi?

I temi proposti sono alquanti impegnativi e richiedono, prima di tutto, lo sdoganamento di alcuni concetti. Partiamo da tre apparentemente semplici questioni:

  1. Ci sono molti disoccupati, eppure le aziende denunciano una cronica mancanza di copertura delle loro necessità;
  2. Cosa si aspetta il lavoratore e cosa si aspetta l’impresa da un rapporto di lavoro;
  3. Come può evolvere il rapporto di lavoro nel tempo.

Riguardo al primo punto – ci sono molti disoccupati … – si deve necessariamente tener conto che l’incontro tra domanda e offerta non passa solo attraverso i numeri di posizioni lavorative offerte e disoccupati. Gioca un ruolo forte il tipo e la qualità di skill richiesto dalle aziende. Va poi verificata la corrispondenza con la qualifica dei disoccupati. Per quanto ovvio non sarà mai possibile un’identità tra domanda e offerta a tutto campo, non foss’altro per il fatto che le aziende prediligono posizioni già formate mentre i disoccupati sono, per la maggior parte, giovani con poca o nulla esperienza. In questo, seppur in parte, soccorrono taluni ammortizzatori quali il progetto “scuola lavoro”, i vari crediti d’imposta per la formazione in azienda e così via. La migliore correlazione possibile deve scaturire dalla scuola che dovrebbe inserita, a pieno titolo, nei disegni di politica industriale di lungo termine.

Per la seconda questione – cosa si aspetta il lavoratore e cosa si aspetta l’impresa …. – tralasciando gli aspetti di natura giuridica legati al rapporto di lavoro, è opportuno comprendere le aspettative del dipendente e quanto ripone in quello che sta svolgendo. Potrebbe trattarsi dell’occupazione che attendeva da tempo, di un impiego temporaneo in attesa di tempi migliori o una miriade di interpolazioni tra questi due possibili estremi.

Nel primo caso il lavoratore metterebbe del suo in quello che svolge, con possibile erogazione di maggior valore rispetto alle ben definite maglie del mandato. Negli altri casi ne sarebbe meno stimolato e privilegerà attenersi a quanto strettamente richiesto dal datore di lavoro.

Con la terza questione – come può evolvere il rapporto di lavoro nel tempo – si parte dall’assunto che possano esserci le basi per un rapporto duraturo, tra lavoratore e datore, improntato alla sua sostenibilità. In questo caso si è già testata l’attitudine alla profusione di valore del lavoratore in quello del quale si occupa in azienda, percependo la possibilità di attribuirgli compiti di maggiore responsabilità. Per questo si tende a stabilizzare la sua posizione e ad accrescerne le potenzialità. Tra le modalità più proficue trova spazio l’attività formativa e, meglio ancora, la migliore e costante condivisione delle strategie aziendali.

Le sfumature in un rapporto di lavoro sono molteplici. In questo giocano una serie innumerevoli di fattori: il tempo, il contesto aziendale, lo skill, il contesto sociale, quello economico, i rapporti di carattere personale, gli stati d’animo dei soggetti coinvolti. Non ultimo una sana dose di fortuna, che potrebbe fungere da catalizzatore tra gli stessi elementi. Il fattore lavoro è sempre più importante e si distanzia dagli altri per la sua estrema capacità di adattamento, di valorizzazione e di depressione. Riguardando le persone è il meno oggettivo, il più variabile e, al tempo stesso, l’elemento che può fare maggiormente la differenza e, di conseguenza, generare importanti presupposti competitivi.

In sintesi potremmo concludere affermando che, nel corso del tempo, il singolo lavoratore si può buttare agendo il suo massimo impegno con tangibile possibilità di trasferire valore, può azionare il pilota automatico e operare in modalità “crociera” e può attendere ulteriori possibili sviluppi per graduare le proprie potenzialità.

Potrebbe anche darsi che il rapporto si interrompa. Negli ultimi anni la fluidità delle relazioni “imprenditore – lavoratore”, per una serie di motivi, hanno reso questa opportunità molto più frequente. Due anni di pandemia, con conseguente rimodulazione dello stesso modo di lavorare, ha messo tutto in discussione, contribuendo ad incrementare una spinta alle dimissioni da parte del dipendente per un recupero della propria qualità di vita. Il movimento ha un suo nome: Y.O.L.O., acronimo di  “You only live once”. Oltre a sembrare il titolo di un film di James Bond l’agente 007 è, in effetti, una condizione che sta facendo riflettere molto: lavoratori, imprese ed analisti. E su questo torneremo a breve.

Umberto Alunni

Giornalista, consulente aziendale, motivatore, scrittore

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