• 27/05/2022

Il rating: fardello o expertise gratuita?

 Il rating: fardello o expertise gratuita?

Gli esami non finiscono mai. Questo vecchio adagio, che profuma di scontato e retorico, può ritenersi valido per le imprese? Di primo acchito, complice anche l’orientamento favorevole della domanda, la risposta non potrebbe che essere positiva. La situazione si complica quando ci si interroga sulla effettiva messa a terra delle varie esperienze valutative, siano essere dirette e formali che indirette ed implicite. 

Ad ogni modo tutte le imprese sono costantemente esposte alle valutazioni dei propri stakeholders. Stressando, e non di poco, il concetto, sono valutate anche in autostrada quando un veicolo con il logo aziendale rispetta o meno il codice della strada.  

Tornando “entro le mura” aziendali, il presupposto valutativo più ricorrente, ciò che pone apprensioni, e a volte genera incomprensioni, è il rating bancario. 

Se ne parla da almeno venti anni, da quindici con maggiore attenzione e da dieci con migliore consapevolezza. 

Si tralascia, in questa sede, la correlazione dello strumento con le norme di attuazione, che muove da direttive Comunitarie, e si proverà ad affrontare la sua logica, efficacia e potenzialità.

Prima di andare avanti urge un’ulteriore domanda: il rating è un fardello burocratico che appesantisce i rapporti banca – impresa o uno strumento di gestione in grado di esprimere il valore e la funzionalità  dell’impresa stessa?  

Intanto vediamo di cosa si tratta. Per sua natura è uno strumento in grado di miscelare risultanze derivanti da:

  • Andamento del settore a cui l’azienda appartiene;
  • Dati di bilancio;
  • Centrale dei rischi;
  • Andamento del rapporto con la banca;
  • Presupposti qualitativi e soggettivi.

Il loro mix genera un giudizio sintetico.

La valutazione muove dalla latitudine visiva della banca, che si preoccupa di verificare la capacità dell’azienda di sostenere il pagamento nel tempo dell’esposizione bancaria. La salute finanziaria, tuttavia, non può che derivare da una corretta intonazione e gestione di tutti i fattori produttivi,  per questo non è fuori luogo sostenere che la salute finanziaria dell’impresa è anche la sua salute gestionale.  Ecco che il rating riverbera la sua efficacia nel più ampio disegno della valutazione gestionale e che, da mero strumento di scorizzazione, diventa una vera e propria expertise, tra l’altro fornita a costo zero dalla banca. Con ciò si utilizza al meglio il know how della struttura creditizia, a sua volta certificato e validato dall’Organo di vigilanza.  

Con il passare del tempo i meccanismi si sono affinati, anche grazie all’arricchimento di serie storiche. In qualsiasi modello con ambizione “predittiva” poter contare su quanto nel frattempo trascorso, e confrontarlo con il già pianificato, costituisce un valore importante in grado di contribuire all’evoluzione del modello. 

Si è avuta migliore contezza dei pesi e delle coerenze tra i vari items e si è potuto constatare che, specie nelle imprese di minori dimensioni, l’andamento del rapporto ha un peso rilevante rispetto agli altri (centrale dei rischi e bilancio), definibili maggiormente oggettivi. Nel caso, poi, dell’andamento di settore, è del tutto avulso dalla facoltà negoziale e dalla capacità della stessa azienda. Per quanto ovvio, quanto più un’azienda è piccola, tanto più si ridurrà la sua capacità di influenzare il settore.

L’esperienza degli ultimi anni ha anche suggerito di non generalizzare troppo sulle valutazioni e di aprire lo spazio alla trattazione separata delle aziende per anzianità e tipologia. Solo a titolo di esempio, prendendo a riferimento i comportamenti dei maggiori gruppi bancari italiani, sono previsti appositi processi di rating per start up, ben differenti da quelli utilizzato per le imprese mature.

Riguardo alla tipologia di aziende, per quelle appartenenti al comparto agricolo e le ONLUS, si utilizzano processi dedicati, non potendo agevolmente sottostare ai criteri utilizzati per generare rating di imprese manifatturiere. E così via. 

Un ulteriore dubbio attanaglia le imprese. A volte, ci si interroga sulla motivazione per cui differenti banche generano differenti rating, pur facendo riferimento alla medesima azienda. In merito insistono almeno due motivi. Riguardo al primo, va ricordato che i modelli di rating costituiscono espressione della progettualità e delle attese della singola banca o gruppo, ancorché riferiti a principi di carattere comune, o meglio Comunitario.  Inoltre, la singola azienda, in presenza di più rapporti con banche, non si comporta con tutte allo stesso modo. Pertanto “l’andamento del rapporto”, uno degli items del rating, è completamente differente tra una banca ed un’altra. Solo a titolo di esempio, basti pensare alla differenza tra un rapporto dove si appoggia lo smobilizzo crediti rispetto ad un altro utilizzato solo per compensare i flussi finanziari e un altro ancora, magari utilizzato per il pagamento di rate di prestiti.  

Le risultanze da rating possono essere discusse tra azienda e banca, con possibilità di modifica attraverso integrazione di elementi propositivi diversamente non “catturati” dalla procedura. Non è insolito che, dalla migliore e più permeata conoscenza aziendale, possano emergere possibili “override”. Ciò, ovviamente, comporta un trattamento migliore in termini di condizioni e maggiori possibilità di accedere a finanziamenti.

In sintesi abbiamo parlato del rating, uno strumento oggettivo intorno al quale continua ad insistere un’alea di incomprensione. Molto è stato fatto, rendendosi conto che per le piccole imprese assume rilievo particolare l’andamentale rispetto al resto, intendendo per tale una corretta gestione del rapporto bancario. Per alcuni settori, in primis l’agricoltura, è opportuno utilizzare un modello a sé, stante la sua particolarità. Ad ogni modo il rating continua ad evolvere e a restituire adeguati ritorni valutativi. Altro atout è la sua gratuità, o quasi. 

Umberto Alunni

Giornalista

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