• 02/03/2024

IL RAPPORTO DI FILIERA

 IL RAPPORTO DI FILIERA

Le imprese aggregano più fattori produttivi. I distretti e le reti mettono insieme più imprese.

La filiera sequenzia il loro lavoro ed il contributo alla realizzazione finale del prodotto. Confusione o complementarità?

Si è già parlato di rete  (https://toscanaeconomy.it/effetti-di-una-rete-dimpresa/) quale incubatore giuridico di un’aggregazione di imprese accomunate dalla medesima finalità. I distretti, espressione geografica di un sistema di aziende, verranno analizzati in altra occasione. In questa sede si approfondirà il concetto di filiera, intendendo per tale quel processo che, attraverso una serie di attori, realizza le diverse fasi di lavorazione in grado di trasformare una materia prima in un prodotto finito.

Le fasi riguardano la produzione, lavorazione della materia prima, i servizi per valorizzare il prodotto, lo stoccaggio, trasporto ed altri servizi di logistica, il marketing per ottimizzarne il ritorno e una costante ricerca per migliorare il tutto.

Il posizionamento del processo descritto può riguardare esclusivamente il nostro Paese o comprenderne altri. I concetti, comunque, non variano. E’ molto importante che tutto il processo sia pervaso da un’attenta opera tesa a ridurre gli sprechi nei vari passaggi. Quanto più si tende allo zero tanto più ci sarà da distribuire tra gli attori della filiera.

La grande “democrazia” del modello di filiera ne permette la possibile diffusione in tutti i settori: industria, agricoltura, terziario. Il rapporto tra i singoli attori può avvenire in logica verticale, quando eseguono una o più fasi dell’attività della filiera, o in orizzontale, quando si opera fianco a fianco nel medesimo stadio di un ciclo produttivo. Altro elemento che differenzia le filiere sono il numero di elementi presenti. Si possono avere filiere corte, con un numero ridotto di imprese, presenti per lo più in agricoltura. Si hanno anche filiere lunghe, con un maggior numero di passaggi per giungere al prodotto da commercializzare, presente per lo più nell’industria manifatturiera. Per quest’ultima si apre più frequentemente il fenomeno della globalizzazione con coinvolgimento di imprese estere.

 

Le filiere corte hanno un forte legame con il territorio di appartenenza e sono abituate a fare gioco di squadra. Due caratteristiche che inanellano corrette scelte in tema di rispetto dell’ambiente e del benessere dei dipendenti.

La conferma arriva da una recente indagine realizzata dal Centro Studi Tagliacarne per conto di Unioncamere sulle imprese tra i 5 e i 99 addetti nelle 17 filiere individuate dal Ministero dello Sviluppo economico (fonte: il sole 24ore). Circa 9 imprese in filiera su dieci hanno adottato nell’ultimo triennio pre-Covid (2017-2019) misure responsabili in tema di sostenibilità ambientale, formazione del personale, welfare aziendale, rapporti con il mondo dell’istruzione, della cultura e il Terzo settore. Il divario è evidente con le aziende non integrate nella catena del valore, per cui si registra un timido 55%. In più di un’occasione le performances positive delle imprese di filiera sono pressoché il doppio delle “sciolte”: il 43% ha puntato su prodotti e/o processi a minore impatto ambientale (contro il 24%), metà ha investito nella formazione per migliorare le competenze del personale (contro il 25%), il 40% ha perseguito attività per tutelare la salute e il benessere dei dipendenti (contro il 16% delle altre).

Il Covid è destinato a rafforzare ancora di più questa tendenza e a giocare un ruolo-chiave è il capo-filiera.

Le aziende appartenenti ad una filiera sono viste con maggior favore dai vari stakehlders, in primis le banche. La proiezione del business a livello di filiera consente alle stesse banche di valutare al meglio anche i più piccoli operatori all’interno del cluster, pressoché alla stregua del capo filiera. Molte banche, specie le più strutturate e vicine al territorio, hanno sviluppato veri e propri programmi che consentono di estendere il rating del capo filiera a tutti i partecipanti o, quanto meno, di prendere in grande considerazione nella quantificazione dello stesso rating l’elemento immateriale di appartenenza alla stessa filiera.

Gli altri elementi immateriali che qualificano il rating possono essere i marchi, brevetti,  certificazioni ambientali, certificazioni di qualità, piani aziendali, coperture assicurative a tutela del rischio di impresa, chiarezza nel passaggio generazionale, nella struttura proprietaria e nella qualità del management.

L’appartenenza alla filiera consente anche di mettere a terra un processo di smobilizzo dei crediti tra partecipanti, anche per il tramite di piattaforme tecnologiche, con inneschi del tutto innovativi più che veloci. Sulla loro tecnicalità si potrà tornare in argomento. Basti pensare che la presenza assicura la migliore fluidità possibile.

Potremmo considerare, quindi, la filiera un modello inossidabile? Alla domanda non si può dare una risposta secca. Negli ultimi tempi, specie le lunghe catene fortemente globalizzate, hanno avuto difficoltà di approvvigionamenti  rendendo difficile garantire i normali livelli di fornitura.

In un recente convegno promosso da Confindustria Toscana Nord (LE TRASFORMAZIONI
DEL SISTEMA INDUSTRIALE – V Seminario Residenziale di Pistoia – 29/30 settembre 2022
) è stato presentato, in merito, uno studio del Centro Studi di Confindustria basato su un interessante sondaggio.  Tra gli atout che stanno facendo venire meno la convenienza nel proseguimento dell’offshoring di produzione sono in testa: i tempi di consegna effettivi rispetto a quelli attesi, la necessità di migliorare il livello dei servizi alla clientela,  i costi logistici superiori alle attese, minore apprezzamento del valore del prodotto a causa della perdita dell’effetto made in Italy, costi del lavoro superiori alle attese. Ne seguono almeno altri sette, di minore importanza.

Quindi: il processo di filiera ha una grandissima valenza ma merita di essere costantemente attenzionato, tarato e misurato. Le filiere corte sono più governabili dal punto di vista della forza negoziale che la capofiliera può esprimere (a seguito di rapporti sociali con il territorio, rapporti con le istituzioni, etc..). E’ tuttavia esposta ad una maggiore alea in presenza di eventi e situazioni che potrebbero impattare maggiormente su una singola area geografica (crisi di distretto, disastro naturale e simili).

Ad ogni modo, pur con tutte le riflessioni del caso, costituisce un’adeguata risposta alla cronica sottodimensione delle nostre imprese ed alla loro contemporanea necessità di generare una sempre più ampia bocca di fuoco commerciale per competere con gli altri paesi. Ma non finisce qui. Il cambio di passo è già evidente e fa approdare all’Industria 5.0. L’economia circolare, il benessere dei lavoratori e quant’altro stia sotto l’ombrello della sigla ESG (Environmental, Social and Governance), saranno al centro dei processi produttivi e attiveranno una revisione delle catene del valore in nome della crescita sostenibile. La filiera, quindi, quale risposta alla ridotta dimensione aziendale, al business ed alla sua possibilità di riverbero. Anche perché, come recita un proverbio del Burkina Faso: Se le formiche si mettono d’accordo, possono spostare un elefante.

Umberto Alunni

Giornalista, consulente aziendale, motivatore, scrittore

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