• 20/04/2024

Il futuro della viticoltura elbana

 Il futuro della viticoltura elbana

Isola d’Elba, terra di vini sinceri e di un turismo per tutte le stagioni. Di viticoltura elbana ne abbiamo parlato con Aldo Claris Appiani, imprenditore vinicolo

L’Isola d’Elba è una terra da sempre vocata al turismo balneare. Tuttavia, può essere vista anche come una destinazione da sfruttare oltre l’estate e oltre la tradizionale vacanza a portata di spiaggia.

È la filosofia di Aldo Claris Appiani, imprenditore vinicolo elbano, titolare dell’Azienda Agricola Le Sughere del Montefico, che si estende per 35 ettari, di cui circa 8 coltivati a vigneto, nel Comune di Rio nell’Elba.

L’azienda della famiglia Appiani, nobile stirpe che ha intrecciato la sua storia con le gloriose vicende del Principato di Piombino, si trova in un contesto naturalistico di enorme attrazione: il Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, che all’Isola d’Elba si estende sul 60 per cento della superficie e che costituisce un’area protetta a custodia di un patrimonio ambientale di grande valore.

Inoltre, Rio Marina è famosa per le sue antiche miniere di ferro, visitabili attraverso il suo Parco Minerario. Percorrendo la panoramica strada del Volterraio, che unisce il Comune di Rio con quello di Portoferraio, oltre a sentieri da percorrere sia a piedi che in bicicletta, si può visitare il famoso e imponente Castello del Volterraio.

Un luogo ricco di storia, che può essere valorizzato attraverso i suoi prodotti tipici. Il vino elbano è uno di questi e Aldo Claris Appiani ne ha fatto una missione.

«La mia azienda si differenzia dalle altre per una scelta ben precisa: io punto tutto sul territorio, non mi interessa tanto il nome della mia azienda quanto il nome “Elba”. Non partecipo a concorsi o a premi legati al mondo del vino e non mi interessa produrre vino di livello alto. Ho deciso di utilizzare solo vitigni autoctoni e non vitigni internazionali o di taglio. Mi sono differenziato da chi ha scelto di produrre vini di pregio e ho scelto di fare il vino da solo, senza affidarmi più ad un enologo.

Cinque sono i vitigni su cui lavoro: Ansonica, un bianco autoctono dell’Elba e del Giglio; Vermentino, diffuso in tutto il Tirreno; Procanico, una variante elbana del Trebbiano. Mescolati, questi tre vitigni danno origine all’Elba Bianco. Produco anche un vino rosso a base di Sangiovese toscano e l’Aleatico, il vino passito DOCG che rappresenta la bandiera dell’Elba».

Ben precisa anche la strategia commerciale scelta da Appiani.

«Mi interessa fare un prodotto che sia ben vendibile, ma con un prezzo dignitoso, visto che produrre vini all’Elba è costoso. Rispetto al continente, il terreno è più ostile, l’agricoltura non può essere intensiva e totalmente meccanizzata e la resa dell’uva è bassa. Il prodotto è, insomma, molto difficile da realizzare e possono esserci molte incognite.

Io sono riuscito a identificare quello che può essere un buon prezzo sia per me che per il consumatore, che fornisca un prodotto tipico dell’Elba e che sia venduto possibilmente tutto in tempi stagionali, senza lunghi tempi di conservazione. Il 90 per cento del mio vino lo vendo sull’isola, il resto arriva fino alla costa e a Firenze, con qualche spedizione sporadica in Italia e all’estero. Inoltre, ho puntato sui supermercati, in particolare su quelle catene che valorizzano i prodotti tipici del territorio.

Sono ormai 25 anni che sono riuscito a inserirmi in questa quota di mercato, tanto che oggi il 60 per cento del mio fatturato dipende dalla grande distribuzione, per la quale applico, al netto delle scontistiche, gli stessi prezzi che applico per i ristoratori».

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Aldo Claris Appiani – ©Giulia Paratelli 2018

Sul turismo Appiani ha le idee chiare.

«Stenta a svilupparsi un turismo alternativo a quello balneare e ciò è legato a diversi fattori.  Per prima cosa il meteo, con un mutamento stagionale che da anni caratterizza come piovosi o molto variabili i mesi di maggio e giugno, un tempo molto propizi per il turismo. Il mare in aprile, quindi nel periodo pasquale, è spesso tempestoso e questo impedisce la partenza dei traghetti dal continente.

Oltre a questo, c’è da dire che l’imprenditoria turistica non ha fatto investimenti mirati alla stagione fredda e vista la variabilità del clima ci vorrebbero strutture adeguate a un’accoglienza lungo tutto il corso dell’anno. Infine, ci sono mesi come settembre, ottobre e anche novembre, che da qualche anno a questa parte regalano temperature elevate e che, quindi, potrebbero essere sfruttati dai turisti.

Purtroppo, si tratta del periodo in cui riaprono le scuole e questo penalizza un certo tipo di turismo, magari legato al trekking, alle biciclette e alla presenza del parco minerario locale. Sono convinto che le cose potrebbero cambiare grazie a un ricambio generazionale, ad una classe imprenditoriale giovane in grado di impostare politiche a livello turistico, con lo stesso entusiasmo che abbiamo avuto noi negli anni ’80 e ’90, quando abbiamo fatto crescere l’enologia elbana e abbiamo creato prodotti di alta qualità. Non stanno nascendo nuove aziende e il panorama attuale è piuttosto statico perché legato all’età degli imprenditori».

Anche sul futuro della viticoltura elbana ci sono luci ed ombre.

«L’Elba soffre molto della carenza di uva. Se fino agli anni ’50 c’erano 5mila ettari di vigne, adesso gli ettari sono 300, ossia più del 90 per cento è andato perso, principalmente a causa della fatica che comporta questo tipo di coltivazione in questo contesto non facile.

Ciò ha portato le persone a scegliere altre strade. Un progetto molto interessante ma poco fattibile riguarda lo sfruttamento a livello agricolo dell’isola di Pianosa, su cui anche la Regione aveva portato l’attenzione invitando numerosi imprenditori a un incontro sul tema. Potrebbe essere una svolta nella viticoltura elbana, un modo per creare un’economia alternativa e più sostenibile rispetto al turismo di massa.

Nessuno di questi imprenditori, compreso io, si è però detto interessato a impegnarsi, in quanto si tratta di un investimento oneroso da tutti i punti di vista, dallo spiegamento delle risorse finanziarie alla ricerca della manodopera.

Una tecnica alternativa alla vinificazione tradizionale è quella del vino fatto riposare per alcuni giorni in mare. Si tratta di un esperimento scientifico avviato dall’imprenditore elbano Antonio Arrighi, che io stimo molto per il lustro che ha dato all’isola e che spero in tanti possano imitare».

Sul fronte dell’accoglienza nell’agriturismo di famiglia, Appiani lamenta la forte cesura rappresentata dalla pandemia ma è pronto per ripartire.

 «Il nostro agriturismo era molto fiorente e si basava su un forte passaparola, che mi aveva assicurato il 70 per cento della clientela. Prima della pandemia organizzavamo cene a tema con prodotti tipici, ma in seguito alle restrizioni sanitarie ho deciso di tenerlo chiuso.

Si era deteriorato il legame con le persone che venivano da noi con lo scopo ben preciso di essere immersi nel verde e nella tranquillità di un posto gradevole. Adesso che tutto è tornato alla normalità, sto puntando sulla formula del Bed & Breakfast e sulle degustazioni dei nostri vini».

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Giulia Baglini

Giornalista specializzata sui temi dell’innovazione e della sostenibilità

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