• 04/12/2021

Il food design arriva in tavola e non solo 

 Il food design arriva in tavola e non solo 

Il complesso settore dell’ospitalità ha sempre più bisogno di innovazione e di risposte alla crisi e ai cambiamenti che impone e di nuove figure abili a lavorare sul brand e sul food con un’ottica progettuale.  Abbiamo intervistato la Food e Brand Designer Ilaria Legato che dal 2006 lavora insieme ad altri food designer come Paolo Barichella, Francesco Subioli, Mauro Olivieri e Marco Pietrosante sotto il Manifesto del Food Design, per poi unirsi ufficialmente lo scorso gennaio col brand: I Food Designer.

Cosa si intende con l’espressione “Food Design”?

«Il Food Design è la progettazione degli atti alimentari (food facts), ovvero l’elaborazione dei processi più efficaci per rendere agevole e contestualizzata l’azione di assumere una sostanza commestibile, in un preciso ambiente e circostanza di consumo, in rapporto con un ambito di analisi sociologica, antropologica, economica, culturale e sensoriale. Il Food Design analizza le ragioni per cui compiamo un atto alimentare, per comprendere come progettarlo a monte e soddisfare al meglio le esigenze dell’utente. In questo ambito il Food Design si occupa di tutto: comunicazione, packaging, servizi e luoghi legati alla vendita e al consumo di cibo. Progettare per il food significa creare prodotti, servizi e sistemi per dare forma a un bisogno di consumo ricco di fattori simbolici, oltre che funzionali»

toscana economy - ilaria legatoCosa si studia e come si intraprende la carriera di Food Designer? 

«Gli ambiti di intervento e di lavoro di un food designer sono diversi: progetti di identità territoriale, dove c’è necessità di creare sistema e valorizzare prodotti e servizi locali innovandoli, fino ad attività di brand e design, accompagnando le aziende di food e ristorazione nella progettazione di nuovi format, prodotti. Io mi occupo da vent’anni di design della comunicazione e brand identity per la ristorazione. Dopo la laurea in Scienze Politiche, ho fatto un Master allo IED di Milano e da allora in poi l’approccio progettuale tipico del design è stato parte del mio modo di lavorare e del mio metodo»

Ti occupi, oltre che di food design, anche di brand con una particolare focus sull’identità. Cosa vuol dire occuparsi di brand identity nel settore della ristorazione in cosa consiste? 

«Jacques Séguéla, diceva che le marche, come le “Stelle del Cinema”, hanno bisogno di tre cose per emergere: un “fisico” per convincere, uno “stile” per sedurre e un “carattere” per durare. Questo approccio è valido anche per il mondo della ristorazione. Proviamo a immaginare che il Fisico sia il prodotto/servizio che abbiamo deciso di proporre sul mercato, che lo Stile sia la parte dell’immagine e il Carattere infine sia il nostro valore: il fatto che questi tre elementi siano convincenti, seduttivi e che possano durare nel tempo, li rende strategici per il business del locale. L’obiettivo è essere ricordati! La memorabilità è uno dei fattori principali di successo ma una bella immagine visiva non basta, bisogna curare anche gli aspetti “invisibili” cioè tutte le manifestazioni che permettono al nostro cliente di capire i nostri valori, il nostro personale “racconto” nel piatto e nel luogo. La differenza tra il vendere un servizio e l‘atto invece più puro di ospitare e regalare un’esperienza unica sta proprio nel mantenere vivo un impegno teso a rendere onestamente gioioso il tempo che un visitatore passa nel luogo in cui è ricevuto».

Quindi tu progetti questa esperienza di brand? 

«Sì, la Food Experience Design che pone l’attenzione all’esperienza di senso che il cliente deve avere entrando in sala e sedendosi al tavolo. Il ruolo chiave in questo ambito viene ricoperto dal maitre de salle che insieme allo chef di cucina ha il compito di “dare forma all’esperienza del piatto” attraverso il racconto e soprattutto attraverso la capacità di entrare in relazione e in empatia con il cliente, rappresentando quella che è la forma più alta del convivio: la capacità di condividere significati».

Recentemente per Hoepli hai scritto, insieme  all’ esperta di digital marketing Nicoletta Polliotto, un libro dal titolo “Creative Restaurant Branding”. Puoi dirci qualcosa a questo proposito?

«Nicoletta Polliotto dirige la collana DMT-Digital Marketing Turismo edita da Hoepli Editore e quando mi ha chiesto di scrivere un libro sul branding nella ristorazione scriverlo insieme è venuto naturale vista la nostra comune esperienza nel settore. Il libro guida il lettore nell’avventura della creazione dell’identità del proprio ristorante, alla ricerca dell’unicità distintiva. È un manuale che descrive il metodo ideato e consolidato da noi autrici, viaggio al cuore della personalità del locale, elemento strategico e di posizionamento vincente per individuare il proprio pubblico di riferimento. Dopo un periodo che ha messo a dura prova gli esercizi della ristorazione servono suggerimenti e piani di sviluppo pratici e concreti. Il manuale fornisce una griglia di lavoro sulla quale sviluppare una strategia di branding: dalla ideazione delle linee guida (brand strategy), alla costruzione della brand identity, individuando la personalità del locale e il potere della relazione, per creare empatia nella comunicazione con i clienti acquisiti e futuri (brand communication). È rivolto a imprenditori, ristoratori, chef che hanno aperto o vogliono aprire un ristorante ma anche ai giovani professionisti interessati alla ristorazione e che stanno cercando un’opportunità per crescere».