• 02/03/2024

Fiscalita’ d’impresa: attacco o resa?

 Fiscalita’ d’impresa: attacco o resa?

Fisco, tasse, gabelle. Mi fermo qui evitando un’escalation dispregiativa. Alcuni opinionisti, da ritenere autorevoli per default solo per il ruolo ricoperto, non hanno avuto le mie perplessità. Sono andati ancor avanti nel concorso degli aggettivi scatenanti evocando immagini e situazioni tipo quelle catturate dal Pellizza con il suo meraviglioso dipinto Il quarto Stato.

Noi che ci occupiamo di imprenditori ci smarchiamo volentieri per affrontare il tema della fiscalità nella sua accezione più correlata al sistema delle imprese. Non nascondo in questo un piacere del tutto personale considerando il mio ruolo di fiscalista quasi a tempo pieno svolto nei primi quindici anni della mia carriera, dalla seconda metà degli anni ottanta. In quel periodo, le pur inevitabili fluidità, non consentivano troppe innervature tra evasione, elusione e fiscal planning. I tre silos erano abbastanza schermati e ciascuno di essi era in grado di attivare differenti sensibilità.

Ma, sia ieri che oggi, come vive la fiscalità l’imprenditore? Quale è il suo atteggiamento di fronte ad uno dei fattori della produzione? Si, proprio così, il fisco è lo strumento attraverso il quale lo Stato è in grado di erogare i servizi ed assicurare quel campo da gioco livellato che la dottrina più autorevole considera fattore della produzione insieme al lavoro, al capitale, alle materie prime e all’organizzazione.

Quale fiscalità dovrebbe sopportare un imprenditore? La risposta è semplice: quella giusta. E per arrivarci è opportuno conoscere le norme, poter contare sulla loro certezza, elaborare una pianificazione fiscale, adottare comportamenti aziendali correlati per ottenere un giusto livello di reddito e, di conseguenza, un giusto livello di tassazione.

Per quanto ovvio l’imprenditore è un soggetto economico per eccellenza. Questa sua natura gli fa ricercare la migliore soluzione possibile per ottenere il massimo rendimento con il minimo sforzo. Tradotto: il maggior reddito con minori imposte da pagare.

Quello che lamenta maggiormente è l’assenza di certezza del diritto, già invocata dai latini quale atout per il buon vivere civile. Già questo potrebbe aiutare e rendere maggiormente coerenti le pianificazioni fiscali sviluppate. Basti pensare alle difficoltà di aziende che sono inserite nel business del “bonus 110”.

Ma la fiscalità in azienda va letta in senso più lato. Coinvolge l’iva, le ritenute di acconto, i contributi. In molte occasioni ci si trova ad anticipare pagamenti al fisco che verranno compensati successivamente. Queste asimmetrie possono generare notevoli problemi nel cash flow. Può accadere anche il contrario, vale a dire che si incassano alcuni importi prima che si paghino al fisco. In questo caso si ha un vantaggio nel loro immediato utilizzo, ma solo nella misura in cui si abbia l’accortezza di ripristinare il “gruzzolo” nel momento in cui si deve versare allo Stato.

Si è potuto constatare che, nel corso del tempo, le imprese più piccole hanno fortemente stressato il rapporto debiti / crediti con lo Stato. Tempo addietro se per ragioni di utilizzo di flussi non corretto ci si trovava in difficoltà si utilizzava il fido bancario per ripristinare la situazione. Oggi succede l’esatto contrario, complice anche un credit crunch che sembra essersi fossilizzato:  per non avere problemi con la banca ci si indebita con il fisco. Alla lunga si snaturano i ruoli dei fattori produttivi provocando delle pericolose commistioni.

A dire il vero ci sono modi e modi per indebitarsi con il fisco: micro rateizzazioni, rottamazioni, rateizzazioni più significative ed altri comportamenti più ruvidi che, alla lunga, rendono difficile il ripristino del normale corso aziendale.

Una buona pianificazione dovrebbe consentire di non giungere ad alcuna delle ipotesi enunciate.

Tralasciando le prime, religiosamente veniali, quella più preoccupante è l’ultima. Quando se ne assume consapevolezza è inevitabile prendere di petto la situazione e ricercare adeguate soluzioni.

Impresa e fisco, nella più ampia accezione del termine: un rapporto complesso, non semplice con enormi asimmetrie nei flussi in entrata e in uscita, tra quanto pianificato e la realtà, tra quanto normato e le subitanee rettifiche. Insomma tutto lascerebbe propendere per farsi avvolgere dalle chimere lanciate dagli opinionisti invocati all’inizio di questo articolo. Tuttavia gli opinionisti passano ma gli imprenditori, con il proprio fardello di problemi, restano.

E, come direbbero i latini: Qui prodest?

Mi sentirei di stimolare gli imprenditori a continuare nella strada della pianificazione fiscale, nella individuazione di un piano “B” di emergenza, nel migliore, più proficuo e più saggio utilizzo dei flussi generati da asimmetrie di liquidità. Il rapporto con lo Stato non può essere considerato un addendo sistematico del fattore produttivo “capitale”. Semmai lo potrà essere in modo estemporaneo e incidentale evitando snaturamenti nei rapporti. In ultimo, considerando che, come dice Felipe Benítez Reyes nel suo libro, al peggio non c’è mai fine, in questo campo c’è una sola cosa più grave di un problema serio con il fisco: tentare deliberatamente di non risolverlo.

 

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Umberto Alunni

Giornalista, consulente aziendale, motivatore, scrittore

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