• 16/09/2021

Farmigea, da piccolo opificio a top player del settore farmaceutico

 Farmigea, da piccolo opificio a top player del settore farmaceutico

La cura degli occhi a Pisa è nata con la famiglia Federighi.  Dopo la guerra, la richiesta di colliri era in conflitto con l’assenza del know-how per produrli. La Farmigea iniziò a specializzarsi e a costruire in casa le prime macchine. Mario Federighi, dal 2001 al timone dell’azienda di via Oliva, racconta a Toscana Economy la storia dell’azienda della sua famiglia

Fu il capostipite, Antonio Federighi, a rilevare nel 1949 le quote della società “Farmigea – Laboratori Prodotti Farmaceutici Igienici e Affini”, fondata tre anni prima da Giuseppe Rossini, Gino Mannocci e Aldo Cerri.
L’imprenditore agricolo pisano affida le attività ai tre figli Leopoldo, Laura Alberta e Alberto. Laura Alberta assume il ruolo di amministratore unico, mentre Leopoldo, laureato in veterinaria, tesse i rapporti con le Università e internazionalizza l’azienda, fondando una filiale in Congo. Dal 2001, al timone dell’azienda di via Oliva c’è il figlio di Leopoldo, Mario Federighi, che ricorda così la fase pionieristica dell’impresa di famiglia: «Dopo la guerra, la richiesta di colliri era in conflitto con l’assenza del know-how per produrli. Su sollecitazione del professor Calamandrei e dell’ambiente scientifico, la Farmigea iniziò a specializzarsi e a costruire in casa le prime macchine».

Nel 1983 l’azienda compie una rivoluzione nel mondo farmaceutico: brevetta i primi colliri monodose richiudibili, creando una tecnologia di riferimento a livello internazionale. 

«È stata l’avventura con la quale ci siamo affacciati al mondo. Fu la classe medica a richiedere la somministrazione in un contenitore monodose, nel quale inserire le gocce da assumere secondo la terapia oftalmica giornaliera. Inoltre abbiamo scelto di evitare i conservanti, poiché meno si carica un farmaco di componenti più si riducono gli effetti collaterali».
È del 1996 il brevetto di formulazione delle salviette monouso per la detersione perioculare: «Ad un prodotto utilizzato fino a quel momento a livello cosmetico noi abbiamo applicato dei criteri di sicurezza, controllo chimico-biologico e batteriologico ed abbiamo creato un mercato che non esisteva». Da queste parole si comprende l’attenzione all’utilizzatore finale: «Non sempre innovare significa fare qualcosa di rivoluzionario, come creare una molecola. È anche usare la mente per migliorare una situazione preesistente. Gli occhi ce li siamo sempre puliti, gli impacchi di camomilla li abbiamo sempre usati. Trasformare un rimedio artigianale in un prodotto industriale è un’innovazione, che migliora la qualità e l’approccio del paziente».
Farmigea ha risposto alla sindrome dell’occhio secco con il TSP (Tamarind seed polysaccharide), la lacrima artificiale a base di Tamarindo, brevettata nel 1997 e divenuta uno dei suoi principali filoni di ricerca.
«Il tamarindo, osservato al microscopio, ha la forma di una felce, la stessa che si osserva nella lacrima naturale. L’intuizione di fare dell’estratto del seme di tamarindo la base della lacrima artificiale fu del professor Saettone, docente di Chimica e Tecnica Farmaceutica all’Università di Pisa. Questo polisaccaride contiene infatti sostanze mucomimetiche, che imitano la mucina lacrimale. La lubrificazione artificiale dell’occhio combatte lo stress oculare, dovuto all’esposizione alle luci e ai raggi solari».  

L’ultima innovazione in casa Farmigea è del 1999, l’anno del lancio del primo integratore oftalmico: anche l’occhio, come gli altri organi, ha bisogno di essere alimentato con delle sostanze nutraceutiche. Tutti questi traguardi meritano di essere celebrati con rigore storiografico. È  ciò di cui si occupa Luca Borghini, curatore dell’Archivio Storico Farmigea, nato nel 2018 e membro di Museimpresa, l’Associazione Italiana Archivi e Musei d’Impresa, fondata nel 2001 da Confindustria. Tramite l’archivio, Farmigea diffonde la cultura d’impresa: «Si possono copiare un prodotto o un packaging, ma non una storia. Più la storia è lunga e radicata sul territorio, più l’azienda è forte, sia in Italia che nel mondo. Nessuna azienda vive per se stessa, ma si riflette sul territorio, per la forza lavoro che la anima o per l’interazione con l’Università, come nel nostro caso. Quando entrambe le realtà si rafforzano si crea cultura d’impresa».

Dai documenti aziendali emerge un mondo aziendale meno regolamentato e meno stereotipato di quello attuale, con una comunicazione non convenzionale, che immaginava i farmaci in modo più leggero. Ciò che non è cambiato è il logo: «È contemporaneo, oggi, così come lo era 20 o 50 anni fa ed è uno dei punti di forza della comunicazione dell’azienda, in quanto vi emerge l’aspetto della famiglia: F come Farmigea, ma anche F come Famiglia Federighi». L’azienda è pronta alle sfide del futuro con la sua quinta generazione, rappresentata da Federigo Federighi, figlio di Mario Federighi.

Per approfondimenti: 

Cultura e impresa

Giulia Baglini