• 06/08/2022

Digitalizzazione e i sistemi integrati in edilizia

 Digitalizzazione e i sistemi integrati in edilizia

A che punto è la digitalizzazione nel settore dell’edilizia e quali sono i vantaggi nell’uso di modelli 3D e sistemi integrati di gestione? Ecco DigitFM e BIM raccontati dall’architetto Roberta Cecchi, pioniera del cambiamento

Efficienza, sicurezza, azzeramento degli sprechi, ottimizzazione, sono solo alcuni dei vantaggi che la moderna digitalizzazione 3D è in grado di garantire; basti pensare all’ingegneria aerospaziale, alla meccanica o alla robotica. Purtroppo non è così in edilizia, dove l’uso di tali metodologie ad oggi, in Italia, è minimo, nonostante gli indubbi benefici per l’intero ciclo di vita di un edificio, o infrastruttura. Proprio con l’intento di incentivare la digitalizzazione edilizia, nascono a Pisa la startup DigitFM e l’omonimo Facility Manager di cui ci parla l’architetto e managing director Roberta Cecchi, che è anche istruttore e consulente BIM (Building Information Modeling).

Che cos’è DigitFM?

«È una startup nata quest’anno, ma il progetto è in lavorazione già da tre anni. Il nostro studio di architetti, lavorando a stretto contatto con le aziende toscane e non, e conoscendo le numerose lacune in termini di gestione, manutenzione e sicurezza, ha ideato un sistema integrato in cloud, che ha lo stesso nome della startup, e che è accessibile con qualsiasi sistema operativo da pc desktop, notebook, tablet e smartphone. Tramite il BIM, ossia il modello in 3D di un edificio e dei suoi asset interni, aiuta le aziende a eliminare gli sprechi e a ridurre al minimo il margine di errore sia a livello di progettazione, sia a livello di gestione».  

Può essere definito come un sistema che si occupa dell’intero ciclo di vita di un edificio?

«Sì, perchè permette di gestire senza sprechi ed errori l’intero edificio comprensivo degli impianti, degli asset interni, dei macchinari, dei muletti, che vengono collegati al gestionale tramite un QR- Code. Si ottiene così la scheda di ogni elemento riferibile all’edificio e comprendente i documenti, le certificazioni, gli interventi di manutenzione fatti o da fare, in modo da garantire una maggiore sicurezza e azzerare gli sprechi di tempo e denaro».

Chi può accedere al sistema e come?

«Si possono avere accessi diversificati in base ai ruoli, ad esempio il titolare di un’azienda avrà necessità di una panoramica su tutto quello che accade, stessa cosa per il capo manutentore, mentre altre figure avranno un accesso dedicato, relativo alla sola area di loro competenza».

A chi è utile il sistema?

«Al proprietario di un’azienda, all’amministratore delegato, al capo manutentore. Ad oggi queste figure non hanno una visione completa né dei tempi né dei costi ad esempio della manutenzione, e sono in mano alle aziende a cui viene affidata. DigitFM garantisce invece la massima trasparenza e un controllo a 360 gradi. Si evita così ogni possibile dimenticanza relativa alla manutenzione o, al contrario, si elimina ogni intervento inutile perchè già fatto. Il vantaggio è quello di una gestione programmata e ottimizzata, grazie anche ad un sistema di alert che invia due reminder a distanza di venti giorni l’uno dall’altro». 

Come sta rispondendo l’Italia alla digitalizzazione edilizia?

«Le aziende stanno dimostrando molto interesse, perchè la prima cosa che ci dicono è che è proprio quello di cui avevano bisogno. Riporto il caso di un’azienda che, grazie al nostro sistema integrato, ha potuto mandare in pensione il capo manutentore ultrasettantenne, che conservava lo storico aziendale solamente nella sua testa. Noi sicuramente proponiamo magari di provare il sistema partendo con piccoli investimenti su piccole cose da gestire, ad esempio il settore antincendio. 

Il punto dolente sono le Pubbliche Amministrazioni che ne capiscono sì l’utilità, ma affidando tutto a ditte esterne, sono completamente in mano loro. E, ovviamente, le ditte appaltatrici preferiscono, e non posso nemmeno biasimarle, che gli enti pubblici non si dotino del DigitFM, perchè per loro sarebbe controproducente. In questo caso ci troviamo di fronte ad un muro di gomma». 

Qual è la paura che più frequentemente palesano le aziende a cui presentate il gestionale?

«La formazione che devono fare, perchè per quanto sia un gestionale di facile utilizzo, necessita comunque di persone che imparino ad usarlo. Del resto il sistema funziona se qualcuno vi inserisce i dati manualmente o semi-automaticamente. Se invece è abbandonato a se stesso perde totalmente di utilità». 

Come viene presentato il sistema alle aziende?

«Facciamo delle domande per conoscere bene l’azienda che abbiamo davanti e chiediamo ad esempio come gestiscono la manutenzione e se sanno quanto spendono. In pratica mettiamo l’interlocutore davanti ai propri errori di gestione e, appena diciamo che esiste il modo di evitarli con un semplice click, l’interesse è immediato. Poi procediamo facendo vedere immagini di come funziona, perchè è fondamentale che capiscano che è un gestionale di facile utilizzo». 

Da un punto di vista di impatto ambientale ed ecosostenibilità, quanto possono aiutare la digitalizzazione e i sistemi integrati in edilizia?

«Possono aiutare molto, perchè prima di tutto si stampa meno carta e si limitano gli spostamenti riducendo l’inquinamento ambientale. Inoltre, integrando il nostro gestionale con altri sistemi, si possono ad esempio rilevare i consumi energetici e le emissioni di CO2 di un’azienda. Con l’Università di Ingegneria di Firenze abbiamo fatto proprio un’analisi di questi aspetti relativi all’ospedale di Careggi, cosa che non era mai stata fatta. Si pensi che tutti gli ospedali d’Italia pagano un forfettario, perchè nessuno sa quanto consumano». 

Come stanno reagendo i professionisti del settore, architetti, ingegneri, geometri? 

«Purtroppo sono ancora molto legati alla metodologia tradizionale 2D del tecnigrafo, questo perchè è faticoso imparare, e tutto ciò che riguarda la formazione è percepito come uno sforzo, soprattutto dopo una certa età, e attenzione perchè non parlo di anziani, ma di quarantenni che hanno difficoltà ad approcciarsi al mondo digitale. Ecco perché spesso all’interno degli studi professionali gli strumenti 3D vengono usati solo quando sono i clienti a farne esplicita richiesta. Altro motivo per cui i professionisti non amano molto la digitalizzazione è perché aumenterebbe il lavoro progettuale. Per farle capire meglio, se col vecchio sistema il disegno rappresentava il 20% dell’impegno e il restante 80% si demandava al cantiere, con le nuove tecniche si fa l’80% in studio e quando si arriva in cantiere quello che resta da fare è solo costruire quanto emerge, nei minimi dettagli, dal modello 3D». 

Le giovani leve che incontra nei suoi master universitari sono più propensi alla digitalizzazione?

«Sicuramente sì. Vedo un notevole incremento di iscritti al master BIM dell’Università di Ingegneria di Pisa e al master alla Facoltà di Architettura di Firenze, con un netto abbassamento dell’età. In più, mentre prima i partecipanti non conoscevano quasi niente di digital, oggi hanno già una buona consapevolezza a riguardo».

Com’è la situazione dell’Italia rispetto agli altri Paesi?

«L’Italia è il fanalino di coda. A trainare è l’Inghilterra seguita dai Paesi Scandinavi, Svezia su tutti, e poi Irlanda e Germania. Purtroppo, tra i Paesi che contano e che hanno un peso maggiore, noi siamo all’ultimo posto insieme con la Francia».

Un progetto a cui ha lavorato e di cui è particolarmente soddisfatta?

«Recentemente abbiamo lavorato al progetto di una scuola a Siena che condivide alcune parti murarie con il Museo dell’Opera del Duomo. Mi sta molto a cuore perché la digitalizzazione in 3D dei centri storici sarebbe una delle prime cose da fare, per avere una banca dati e una mappatura che, ad oggi, non esistono. È per questo che, per esempio, quando si acquista un immobile vecchio in centro, è più rischioso,  perchè in caso di ristrutturazioni, non esistendo uno storico di cartografie e planimetrie, è difficile quantificare i vari interventi e i relativi costi. Come si dice in gergo edilizio, quando si va a spaccare nel vecchio non si sa quel che si trova. Avere una banca dati 3D sarebbe fondamentale anche in caso di terremoti o incendi. La Cattedrale di Notre Dame a Parigi, per esempio, può essere ricostruita fedelmente dopo il devastante incendio, solo grazie a Ubisoft, che aveva scansionato in precedenza la chiesa con strumenti digitali a nuvole di punti, per ambientarvi il videogioco di sua produzione Assasin’s Creed. Il modello digitale è stato messo subito a disposizione per la ricostruzione, ma capite che così ci si continua ad affidare alla fortuna,che non sempre ci assiste». 

Mi sembra di capire che il digitale in edilizia non è  importante solo per i professionisti ma anche per tutti i cittadini, è così?

«Certo, perchè una buona progettazione e successiva manutenzione, garantiscono un’esperienza migliore e più sicura per tutti noi, che siamo i fruitori degli immobili e delle infrastrutture». 

Quanti ostacoli ha dovuto superare e quanti no ha ricevuto in questi anni, lei che è pioniera del 3D fin dai tempi dell’Università?

«Al quarto anno di Università cercavo di proporre ai professori i modelli 3D che realizzavo con un Mac costosissimo che mi avevano regalato i miei genitori, facendo non pochi sacrifici. Purtroppo i docenti si rifiutavano di vederli, perchè mi dicevano che usare il 3D voleva dire non saper disegnare. Quello che facevo quindi, era mettere della carta velina sopra i modelli e ripassare il disegno a mano. Gli ostacoli che ho incontrato a causa dell’ignoranza sono stati tanti, e c’è ancora molta strada da fare prima di arrivare ad una completa digitalizzazione nel campo dell’edilizia».

Irene Tempestini

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