• 21/01/2022

“Col favore delle tenebre”: il destino della Scuola deciso nottetempo

«Questo governo non lavora col favore delle tenebre». La sentenza, pronunciata lo scorso 10 aprile, proverbiale e di un’eleganza shakespeariana, è paradigmatica della stagione politica del 2020, forse seconda solo alla promessa di ricorrere al lanciafiamme per sollecitare i cittadini riottosi al rispetto delle norme anti-covid, e parimenti celebrata su tazze e t-shirt.

Eppure, proprio di notte, tra il 4 e il 5 gennaio, il Consiglio dei Ministri ha approvato un nuovo decreto legge in materia di contenimento e gestione della situazione epidemiologica. Tra le misure approntate, la più contestata è il rinvio al prossimo lunedì 11 gennaio della didattica in presenza, al 50%, per le scuole superiori.

Nella sua ultima opera, Le leggi, un Platone vegliardo e amareggiato da una democrazia degenerata, postulava l’istituzione di un consiglio notturno, un consesso di saggi virtuosi che decidono nelle tenebre cosa è bene per tutti. Non che Platone abbia alcun ruolo in questa vicenda, “magari!”, verrebbe da aggiungere.

Negli ultimi mesi, la riapertura improrogabile delle scuole il 7 gennaio è stato il mantra del ministero competente, accompagnato da proposte bizzarre come la frequenza scolastica domenicale e serale: le Termopili in cui si resisteva per il bene della Scuola, dopo la debacle del 14 dicembre; l’unico altro merito, insieme agli insostituibili banchi a rotelle, che l’attuale amministrazione poteva vantare tra i suoi sempiterni successi. Lo stesso presidente del Consiglio si era dichiarato inamovibile su questo punto, ma, evidentemente, come Leonida anche lui ha dovuto, infine, cedere alla pressione delle straripanti orde nemiche.

Sfugge, nell’analizzare la genesi del provvedimento, una spiegazione che non sia politica, nell’accezione deteriore del termine: la situazione epidemiologica non appare mutata, se non in peggio, rispetto a novembre scorso, né si comprende quali benefici possa apportare lo slittamento di quattro giorni – e infatti buona parte delle regioni ha già deciso di agire per proprio conto. Una defezione accettabile, questa, purché la linea del governo rimanga negli intenti chiara e univoca: priorità alla Scuola. Era già accaduto a novembre, anche se solo in prima serata: evidentemente il proclama delle tenebre era ancora troppo fresco per essere così palesemente violato. Ma si tratta sicuramente di un limite dello scrivente, digiuno di scienza e di politica, che non comprende i sottili acrostici del potere.

Sorprende, soprattutto, la spietata condanna di quella stessa forma di didattica che a marzo 2020 era stata salutata come provvidenziale e pienamente in grado di supplire a quella tradizionale. Adesso assomiglia a quel parente bizzarro di cui tutti hanno vergogna e che nessuno nomina in pubblico. Una tale riscrittura del passato, accolta da fruitori dell’informazione stanchi e con poca memoria, parrebbe degna del Ministero della Verità di 1984, senonché quel formidabile romanzo narrava una tragedia, mentre la nostra realtà ha più i tratti di una tragicommedia. D’altronde è risaputo: nell’era della post-verità tutto è vero e niente è falso, come quel povero gatto di Schrödinger chiuso in una scatola che è al tempo stesso vivo e morto.

Illustri maestri dell’informazione, che hanno riscoperto la centralità della Scuola e le sue carenze solo in questi mesi, tuonano dai social – ormai pubblica agorà –, che le scuole resteranno chiuse nonostante le promesse, che quello dell’istruzione è stato il più bistratto – una novità assoluta –, e si interrogano retoricamente sulla differenza – in realtà palese – rispetto alle attività commerciali, a cui è concessa una timida apertura. Trascurano però un particolare: la Scuola non è mai stata chiusa. Se lo fosse stata, gli emolumenti percepiti nell’ultimo anno scolastico sarebbero stati un furto ai danni dell’erario, e gli studenti avrebbero sfogliato libri e seguito le lezioni come hobby in tempo di lock down. Che i dirigenti e i loro collaboratori abbiano approntato il calendario delle lezioni in presenza, prima al 75% e poi al 50%, durante le festività, è solo l’obolo dovuto a una classe notoriamente parassitaria. Che gli studenti e le loro famiglie si siano organizzati invano per la riapertura del 7 è un sacrificio di poco conto rispetto al sacrosanto diritto all’istruzione. Il tempestivo cambio di rotta non avviene pertanto a detrimento di nessuna delle parti coinvolte.

Sarebbe opportuno che il nocchiero tenesse la rotta che ha tracciato a mente lucida e che non virasse a ogni soffio di vento contrario, timoroso dei flutti. Lo stesso Platone paragonava il governo dello Stato a una nave in tempesta. Quando il rischio del naufragio si avvicina o il desiderato approdo si allontana, si accresce nella ciurma il suadente canto dell’ammutinato. In molti attendono ormai l’arrivo, profetico e ahimè catastrofico, dei ‘barbari bianchi’ di Verlaine. E allora la nave non sarà semplicemente in tempesta: sarà la tempesta stessa.

TOSCANA ECONOMY “Col favore delle tenebre”: il destino della Scuola deciso nottetempo
La zattera della Medusa (1818-19) di Théodore Géricault, Museo del Louvre,Parigi.

Giorgio Scrofani

docente di Filosofia e Storia - giorgio.scrofani@toscanaeconomy.it