• 20/01/2022

Cibo e diritto agroalimentare: come tutelare il mercato

 Cibo e diritto agroalimentare: come tutelare il mercato

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Con questo suo intervento, l’avvocato Doria guida il nostro lettore alla nascita del diritto agroalimentare dal punto di vista del consumatore, per poi declinare i precetti giuridici in capo agli imprenditori e capire come interpretarli anche a loro vantaggio

Il rapporto tra cibo e diritto è antico e risponde alla duplice necessità di tutelare chi vende prodotti agroalimentari da chi compie comportamenti elusivi delle regole del mercato, nonché di tutelare chi compra prodotti agroalimentari da chi compie indebite sofisticazioni del prodotto finale.
Il diritto al cibo è oggi ampiamente riconosciuto come un fondamentale diritto umano: tutti gli esseri umani, infatti, hanno diritto ad aver cibo che sia disponibile in quantità sufficiente, sia adeguato da un punto di vista nutrizionale e culturale, e sia fisicamente ed economicamente accessibile. Il diritto al cibo può essere garantito solo assicurando a ogni individuo l’accesso a risorse produttive (in particolare alla terra, acqua, sementi, ma anche alla pesca e alle foreste), nonché a schemi di protezione sociale che tutelino i più vulnerabili.
Qualora il diritto al cibo non sia tutelato, le vittime di tale violazione possono richiedere giustizia attraverso le istituzioni nazionali di difesa dei diritti umani, e, a livello internazionale, anche a organi delle Nazioni Unite.
La definizione del diritto al cibo trova un primo riconoscimento nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948) e nella Convenzione Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali (1966, entrata in vigore nel 1976) che infatti riconosce “il diritto di ogni individuo ad un livello di vita adeguato per sé e per la sua famiglia, che includa alimentazione, vestiario, ed alloggio adeguati, nonché al miglioramento continuo delle proprie condizioni di vita” così come “il diritto fondamentale di ogni individuo alla libertà dalla fame”.
Si arriva poi alla stesura delle Right to Food Guidelines, approvate all’unanimità nel 2004 dal Consiglio della Food and Agriculure Organzation (FAO). Questo documento vuole essere una sorta di guida pratica per promuovere azioni volte alla progressiva realizzazione del diritto ad un’adeguata alimentazione  e alla riduzione della fame. È, infatti, oggi ampiamente riconosciuto che tutti gli stati membri del Comitato sui Diritti Economici, Sociali e Culturali delle Nazioni Unite hanno l’obbligo di rispettare, proteggere e realizzare il diritto al cibo.
Il diritto al cibo è anche diritto alla salute, laddove la società deve garantire – soprattutto ai giovani – adeguato supporto di fronte ai disturbi alimentari, quali ad esempio i comportamenti ossessivi per tenere sotto controllo il peso corporeo. Questo il punto di vista del consumatore/cittadino, ma ovviamente gli imprenditori debbono produrre ricchezza e non possono garantire a tutti il diritto al cibo senza l’intervento economico dello Stato.

Il diritto al cibo, quindi, si traduce per gli imprenditori in un diritto ad avere un mercato (nazionale ed internazionale) del cibo con regole che tutelino tutti coloro che ne prendono parte: i produttori, i distributori ed i consumatori, garantendo un giusto profitto pur nella necessità di garantire cibo per tutti.

Come garantire questo mercato in modo efficiente e duraturo? La scelta italiana (e comunitaria) è, purtroppo, prettamente burocratica e si concretizza nella etichettatura di prodotti agroalimentari, nell’apposizione di marchi di qualità e denominazioni di origine, nell’attribuzione o revoca di certificazioni (per esempio biologica), nonché nella gestione di progetti pubblicitari rispettosi delle suddette regole; non è un caso che anche lo stesso Codice dell’Autodisciplina Pubblicitaria si occupi, all’art. 23-bis, proprio di pubblicità dei prodotti alimentari (integratori) e dietetici, sanzionando severamente la contraffazione e le frodi alimentari.
A ciò si aggiunga che manca una concreta tutela del diritto al cibo che, senza le varie onlus che operano sul territorio, sarebbe ulteriormente negato ai soggetti più disagiati.

Il diritto agroalimentare, tuttavia, nel tentativo di tutelare tutti i soggetti coinvolti nella filiera, incrementa la burocrazia e i costi a carico degli imprenditori  e non approfitta delle nuove tecnologie e della digitalizzazione, complicando ulteriormente il rispetto del diritto al cibo.

Questo vuoto può essere colmato dall’imprenditore attento che, utilizzando proprio le predette tecnologie, riduce i costi e trova un modo alternativo (oltre che economico ed efficiente) di rispettare le poco lungimiranti leggi agroalimentari.
Non si vuole negare che sia essenziale principalmente che l’imprenditore punti sulla qualità del prodotto per venderlo ed ottenere il giusto profitto, ma la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale faranno la differenza anche per colmare vuoti normativi o norme obsolete: la blockchain può semplificare le tracciabilità dei prodotti (con costi molto ridotti), la geolocalizzazione dei terreni coltivati ottimizza la coltivazione ed il raccolto, la guida autonoma migliora la gestione delle macchine agricole riducendo i costi di gestione, etc.
Molti imprenditori, anche e soprattutto in Toscana, hanno già portato avanti progetti in tal senso;a fronte dell’inerzia del legislatore, quindi, l’imprenditore può/deve utilizzare la tecnologia per garantire il mercato, ridurre i costi e soprattutto ridurre la burocrazia (quest’ultima solo con la complicità non scontata della Pubblica Amministrazione), poiché il diritto al cibo è fondamentale per i consumatori, ma è anche un’occasione da non perdere per gli imprenditori.
E sul diritto al buon cibo? Di questo parleremo prossimamente.
Ed i nostri lettori cosa ne pensano? 


APPROFONDIMENTI

vai alla pagina del sito FAO sulle linee guida per il diritto all’alimentazione

Guido Doria

avvocato e professore di Istituzioni di Diritto Privato - guido.doria@toscanaeconomy.it